Cassazione penale 206/2017 definizione di convivenza penalmente rilevante

definizione di convivenza penalmente rilevanteSenza alcunché che lasciasse presagire una scelta così inspiegabile, due donne e un ragazzo, rispettivamente madre e figlia e il figlio disabile di quest’ultima, lasciano la casa di proprietà dove abitano da tempo e vanno a vivere in una baracca. La madre è anziana, vedova, con seri problemi di salute. Sua figlia invece gode di buona salute, ma ha un turbolento passato coniugale, si è lasciata alle spalle una vedovanza e un divorzio, e un forte bisogno d’affetto che ne compromette spesso la lucidità di ragionamento. Il ragazzo che vive con loro, è affetto da un ritardo mentale, è ingenuo e dipende totalmente dalle due donne perché non è in grado di gestire le quotidianità in modo autonomo.

Sono proprietarie di due appartamenti, titolari di pensioni e di vari risparmi investiti in titoli di Stato ma un giorno la donna più giovane incontra il cugino del suo defunto primo marito e se ne innamora al punto da assecondare ogni sua richiesta senza avvedersi degli scopi non proprio romantici delle azioni di costui. Grazie a una delega firmata dall’anziana, l’uomo ha accesso ai conti correnti delle donne e del ragazzino, prosciugandoli nel giro di qualche mese tra prelievi bancomat, ricarica di carte prepagate e assegni.

Vendute le case e gli arredi, prosciugati i conti, infrante le speranze

L’uomo persuade le donne a vendere gli appartamenti per trovare una casa più grande e andare a vivere tutti insieme. In realtà, intasca tutto il ricavato e vende anche gli arredi a loro insaputa, provvedendo alle due sventurate, squallide sistemazioni di fortuna. Infine, porta le due donne a vivere in un campo, brullo e spoglio. Nessuna casa ma solo una vecchia roulotte, una baracca e molti rifiuti. Non ci sono servizi igienici, né acqua corrente, né alberi per riparare le lamiere arroventate dal sole, il cibo scarseggia e il recinto è sempre chiuso a chiave.

Trascorre un periodo di terribili stenti che però non serve ad aprire gli occhi alle donne, che continuano a sperare in un futuro migliore. Un giorno la donna che era innamorata di lui scompare e l’uomo racconta di averla fatta ricoverare. Stessa sorte tocca all’anziana qualche giorno dopo. I Carabinieri scopriranno poi che l’uomo ha fatto sparire i resti delle due donne, lasciate morire di fame e stenti, e dato alle fiamme tutti i loro oggetti. Nel frattempo, dilapidava il loro denaro in compagnia della sua amante.

La Corte di Assise di Lucca condanna gli imputati per numerosi reati

Con sentenza in data 15/07/2014 la Corte di Assise di Lucca condanna i due imputati alla reclusione. La sentenza viene impugnata in appello dal PM e dai due imputati. Con sentenza in data 21/01/2016 la Corte di Assise di Appello di Firenze conferma la condanna di primo grado tranne la parte relativa al risarcimento in favore delle parti civili.

Il ricorso per chiedere la riforma della sentenza della Corte di Appello

L’imputato con il primo motivo deduce manifesta illogicità della motivazione in relazione alle imputazioni di truffa, circonvenzione di incapace e appropriazione indebita; con il secondo motivo deduce la manifesta illogicità della motivazione in ordine alla certezza della morte delle donne per omicidio, con il terzo motivo manifesta illogicità della motivazione in relazione alla distruzione dei cadaveri ed alla valutazione indiziaria; con il quarto motivo erronea applicazione di legge e manifesta illogicità della motivazione in relazione alla sussistenza dell'omicidio della S.; con il quinto motivo manifesta illogicità della motivazione e travisamento della prova.

Anche la coimputata impugna la sentenza che la vede colpevole

La coimputata propone otto motivi di ricorso deducendo manifesta illogicità della motivazione in relazione al sequestro di persona ed ai maltrattamenti sulla S.; mancanza di motivazione sulle deduzioni difensive relative ai delitti ex artt. 572 e 605 c.p.; manifesta illogicità della motivazione in relazione alla esclusione dell'assorbimento del delitto ex art. 605 c.p. in quello ex art 572 c.p.; erronea applicazione di legge e manifesta illogicità della motivazione in relazione alla sussistenza del delitto di omicidio; manifesta illogicità della motivazione in relazione alla certezza della morte della S.; manifesta illogicità della motivazione in relazione alla ritenuta partecipazione alla distruzione del cadavere; manifesta illogicità della motivazione in relazione alla ritenuta sussistenza dei reati di maltrattamenti e sequestro di persona; manifesta illogicità della motivazione in relazione alla mancata concessione della circostanza attenuante ex art. 114 c.p.

La Corte di cassazione rigetta i ricorsi

Quanto al ricorso dell’imputato, la Cassazione ritiene che la sentenza di appello contenga correttamente enucleati tutti gli elementi di reato ai danni di tutti e tre i soggetti coinvolti nella vicenda e che pertanto non vi siano vizi di motivazione in tal senso che affliggono la decisione impugnata.

Il ricorrente lamenta la mancata prova della morte delle due donne che avrebbero dovuto essere semplicemente considerate come scomparse, ma la Corte correttamente, anche in relazione al terzo motivo, ha preso in considerazione le testimonianze di chi aveva visto il corpo della donna nella roulotte e quello dell’anziana mentre veniva fatto sparire.

La Corte sottolinea inoltre come in appello correttamente sia stata messa in relazione la morte della donna più giovane con i patimenti fisici e morali mentre il decesso della più anziana era forse dovuto a condizioni generali già compromesse, pur non nascondendo il sospetto che le due donne fossero state soppresse dagli imputati. A seguito di questo procedimento logico, è stata ritenuta corretta l’applicazione dell’art. 572 cp deducendo l’elemento soggettivo del dolo eventuale in luogo della colpa, prospettata invece dal ricorrente.

Entrambi i ricorrenti contestano l’applicabilità del reato di cui all’art. 572 cp ma la Cassazione ne riconosce la sussistenza

Nel rigettare i motivi di cassazione enunciati dalla difesa della coimputata, la Corte di cassazione fissa una definizione del rapporto di convivenza che serve affinché si possa applicare il reato di maltrattamenti in famiglia. La coimputata, che a tutti gli effetti è risultata badante della donna più anziana in base alle testimonianze escusse, contesta la ricorrenza dell’art. 572 cp non ritenendo sussistenti i presupposti di cura, custodia e coabitazione nei confronti della vittima.

La Corte ha però rilevato la correttezza delle statuizioni espresse in sede di appello. Il rapporto che legava l’imputata alla donna anziana doveva essere inquadrato in quello della assistenza nel tipico ruolo che identifica la badante. Il fatto che costei però in effetti non provvedesse ad occuparsi della igiene, della nutrizione e del benessere psico-fisico dell’anziana come avrebbe dovuto, ma ne trascurasse totalmente i bisogni senza provvedere in alcun modo alla sua cura, non esclude la configurabilità del reato di maltrattamenti.

Perché via siano maltrattamenti ex art. 572 cp deve esserci parafamiliarità

Il reato infatti può essere integrato non solo da fatti commissivi sistematicamente lesivi della vittima, ma anche da condotte omissive connotate da una deliberata indifferenza e trascuratezza verso i suoi elementari bisogni affettivi ed esistenziali.

E che tra l’anziana vittima e la badante non vi fosse un vincolo di parentela, né di coabitazione continuativa, non è ostativo alla contestazione del reato in quanto viene comunque ad esistenza il presupposto della parafamiliarità, intesa come contesto di prossimità permanente, di abitudini di vita affiliate, di affidamento e soggezione da parte del soggetto passivo nei confronti della imputata.

La volontà di proseguire con gli atti di persecuzione nei confronti della vittima

Il disvalore penale del reato è ravvisato nella ripercussione degli atti sulla personalità della vittima, incidendo negativamente sulla dignità della condizione umana. Il dolo è unitario e si concretizza nella volontà ad una condotta oppressiva e prevaricatoria con la consapevolezza di persistere in un'attività illecita, posta in essere già altre volte ed è sufficiente che il soggetto passivo non possa superare con immediatezza l'ostacolo alla sua libertà di movimento.

Afferma la Corte che sottoporre i familiari ad atti di vessazione continui cagionando sofferenze, privazioni, umiliazioni, tali da rendere un comportamento abituale, rende manifesta l'esistenza di un programma criminoso animato da una volontà di vessare il soggetto passivo.

Il rigetto dei ricorsi e la conferma delle condanne inflitte dalla corte di appello

La Corte di cassazione pertanto, rilevato che la sentenza impugnata correttamente motiva in ordine alla colpevolezza degli imputati, lasciando emergere la giusta interpretazione delle prove acquisite nelle indagini e in dibattimento, rigetta i ricorsi perché infondati e condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali oltre alla rifusione delle spese sostenute dalle parti civili.

Per l’effetto, vengono confermate le condanne dell’imputato alla reclusione per cagionata morte a seguito di maltrattamenti e per omicidio volontario nonché per sequestro di persona, maltrattamenti in famiglia e distruzione di cadaveri; truffa, circonvenzione di incapace, appropriazione indebita; e quelle della coimputata alla reclusione per omicidio, sequestro di persona, maltrattamenti in famiglia e distruzione di cadaveri.

Anche una condotta omissiva può integrare il reato di maltrattamenti in famiglia

Cassazione penale del 17 gennaio 2013 n. 127 conferma che il reato di maltrattamenti può dirsi integrato anche da omissioni di deliberata indifferenza verso i bisogni della vittima. Affinché lo stato di abbandono e il conseguente danno alla personalità della vittima siano ascrivibili alla condotta del reo, è necessario che le omissioni siano poste in essere con coscienza e volontà, e che da esse derivi uno stato di sofferenza pisco-fisica della vittima.

Cassazione penale 11565/2017 prestazione di garanzie patrimoniali non seguite da adempimento

Prestazione di garanzie patrimoniali non seguite da adempimentoCome spesso accade, due persone che si incontrano e si innamorano decidono di andare a vivere insieme. Nei primi tempi l’atmosfera è romantica e i difetti dell’altro sembrano perdersi in mezzo a progetti e speranze per il futuro. Ma il tempo passa e le difficoltà che prima sembravano facili da sopportare, appaiono insormontabili. I difetti dell’altro possono trasformarsi in vere e proprie antipatie complicate da digerire: il continuo confronto cancella la speranza che col tempo tutto si aggiusta. Quando i rapporti si deteriorano interviene la separazione, o l’allontanamento nel caso di coppie non sposate. Non sempre però la situazione riesce ad essere mantenuta nell’ambito della regolarità e del rispetto reciproco.

Due giovani abitanti della provincia di Salerno si incontrano e cominciano ad amarsi. Decidono di andare a vivere insieme e di mettere su famiglia. Non si sposano, convinti che la passione e l’amore siano da soli sufficienti a tenere unita una coppia e che l’arrivo di un figlio sia il collante definitivo. Tuttavia, qualcosa non funziona e l’armonia svanisce.

La convivenza si trasforma in un incubo fatto di violenze

Lui diventa sempre più violento, sospettoso, geloso. Se da un lato trascura il figlio, dall’altro opprime l’ex compagna con attenzioni non gradite e gli episodi di violenza si moltiplicano. Un giorno, il giovane costringe la sua ex compagna a restare ferma trattenendola per le braccia mentre abusa della sua posizione di forza, riempiendola di palpeggiamenti. Quando pretende di consumare un rapporto sessuale con la giovane e lei si rifiuta, il ragazzo usa violenza su di lei al punto da costringerla alle cure mediche del Pronto Soccorso. Una volta giunta alle cure di emergenza, ella sente arrivare un sms sul cellulare. È lui, che invece di chiedere scusa e sincerarsi delle condizioni in cui l’ha ridotta, le chiede di mentire ai medici che vorranno sapere come si è procurata le lesioni, eventualmente informando del fatto gli agenti di polizia, e la implora di raccontare una versione di comodo per lui, e cioè che i lividi sono dovuti ad un incidente stradale.

In un’altra occasione, il giovane aggredisce la sua ex compagna, la prende a botte e la insulta, come già fatto quel giorno in cui si trovavano nella stessa stanza e lui, in preda ad una crisi di nervi, solleva una sedia sopra la sua testa e la scaglia contro la ragazza provocandole serie lesioni. Come quella volta in cui lui la ferisce con la lama di un coltello, segnandole il braccio.

Ella propone querele su querele ma poi le ritira, per timore che il figlio, nato quando l’unione era felice, possa essere influenzato dal clima conflittuale che è nato tra i genitori. È piccolo e la madre preferisce tenerlo indenne da questa lotta. Inoltre, il giovane ex compagno è una persona stimata nell’ambiente di lavoro, non ha alcun precedente penale, e presentare denunce contro di lui significherebbe, molto probabilmente, compromettere la sua reputazione sociale. Nonostante questa premura, il giovane non ci pensa due volte a denunciare la sua ex per minacce, quando lei, esasperata, gli urla addosso improperi.

Oltre al clima conflittuale tra i due ci sono problemi di natura economica

Come se non bastassero gli atteggiamenti violenti a compromettere i rapporti, il giovane si disinteressa del mantenimento della famiglia, e non versa quanto dovuto per il loro sostentamento. Sembrerebbe non avere alcuna intenzione di provvedere a garantire alla ex compagna e al figlio naturale i mezzi di sussistenza.

Eppure, a vedere le cose più da vicino, egli non sembra affatto disinteressarsi totalmente della loro situazione. Egli va in banca e stipula un mutuo per l’acquisto di un appartamento prestando una garanzia per il pagamento del prezzo. Il giorno del contratto, alla sua ex compagna fa il versamento di una somma di denaro in contanti. Inoltre, il rapporto con il figlio non è sporadico ma continuativo. Lo incontra con regolarità, frequenta la casa della ex compagna proprio per non perdere nemmeno un momento della crescita del piccolo, tanto che spesso si ferma a dormire nell’appartamento dove vive la ex con il figlio, anche dopo che è cessata la convivenza tra i due.

La verità probabilmente si nasconde nel mezzo, oppure nelle aule del Tribunale dove alla fine sono approdati entrambi, uno contro l’altro.

L’assoluzione dichiarata in primo grado viene impugnata fino alla Cassazione

Con sentenza del 9 ottobre 2014, il Tribunale di Salerno ha assolto l'imputato, per insussistenza dei fatti dai reati di cui all'art. 570 c.p.  e all'art. 609 bis c.p. condannandolo per il reato di cui all'art. 81 c.p., comma 2, artt. 594, 582 e 585 c.p.. Con sentenza del 25 ottobre 2016, la Corte d'appello di Salerno ha assolto l'imputato dal reato di cui all'art. 594 c.p.

Le doglianze dell’imputato e della parte civile

Con il primo motivo il ricorrente lamenta la mancanza, la contraddittorietà, la manifesta illogicità della motivazione, in relazione alla responsabilità penale, il cui accertamento sarebbe stato basato sulla versione accusatoria della persona offesa. In secondo luogo, il ricorrente lamenta la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche in misura prevalente rispetto alla contestata aggravante. Infine, il ricorso prevede l’impugnazione della condanna dell'imputato alle spese del giudizio di secondo grado in favore della parte civile.

Il difensore della parte civile deduce in primo luogo, la nullità della sentenza stessa perché mancano riferimenti alla sentenza di primo grado; in secondo luogo vizi della motivazione in relazione all'assoluzione dell'imputato dal reato di violenza sessuale e in relazione all'assoluzione dell'imputato dal reato di maltrattamenti. In quarto luogo, impugna la condanna al pagamento delle spese del secondo grado di giudizio.

La Cassazione motiva il rigetto del ricorso dell’imputato

La Cassazione ritiene che la prima doglianza, relativa al vizio della motivazione circa la responsabilità penale, sia formulata in modo non specifico e dunque inammissibile. La parte offesa è dichiarata inattendibile senza specificare elementi processuali di riscontro. Al contrario, la Corte in sentenza ha tenuto in considerazione tutti gli aspetti delle varie vicende intercorse tra le parti, deducendo la rispondenza di essi alla realtà o escludendone la rilevanza ai fini della decisione.

Parimenti inammissibile è ritenuto il secondo motivo di ricorso, relativo alla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche in misura prevalente rispetto alla contestata aggravante. La Corte ha raggiunto un giudizio di equivalenza tra circostanze prendendo in esame le caratteristiche dell’imputato, ovvero incensuratezza, reputazione nell’ambiente lavorativo, atteggiamento collaborativo durante il processo, ma non ha potuto inferire ulteriori elementi positivi di giudizio.

Il terzo motivo di ricorso, con cui si censura la condanna dell'imputato alle spese del giudizio di secondo grado in favore della parte civile, è ritenuto dalla Cassazione manifestamente infondato. Emerge dall’atto di appello che la richiesta della parte civile di condannare l’imputato per i fatti dai quali era stato assolto in primo grado era espressamente collegata all'interesse della parte civile all'ulteriore integrale risarcimento dei danni.

Il ricorso dell’imputato è ritenuto parzialmente fondato

Quanto al ricorso della parte civile avverso la sentenza della Corte di Appello, deve ritenersi parzialmente fondato.

Con il primo motivo viene dedotta la nullità della sentenza impugnata, sul rilievo che nel dispositivo sarebbe stato omesso qualsiasi riferimento sulla conferma della sentenza di primo grado nella parte in cui dichiara l'assoluzione dai reati di cui ai capi B e C dell'imputazione. Tale motivo viene ritenuto infondato poiché il dispositivo della sentenza conferma le statuizioni civili della sentenza di primo grado e condanna la parte civile al pagamento delle spese processuali del grado di giudizio, il cui presupposto è proprio la soccombenza totale della parte.

Il secondo motivo di impugnazione sui vizi della motivazione in relazione all'assoluzione dell'imputato dal reato di violenza sessuale, è infondato. Le dichiarazioni accusatorie della persona offesa non sono ritenute di per sè sufficienti ai fini della responsabilità penale ma, se quanto al capo A le stesse sono confermate da altri elementi di prova, quanto al capo C risultano prive di riscontro.

Il terzo motivo è parzialmente fondato. Con esso si impugna la sentenza nella parte in cui assolve l’imputato dal reato di cui al capo B dell'imputazione. La condotta contraria alla morale della famiglia, che l’imputato avrebbe tenuto commettendo il reato ex art. 570 cp, sarebbe consistita nel mancato incontro con il figlio naturale e nel mancato versamento del mantenimento in favore della ex compagna.

Quanto alla prima condotta, poiché le sentenze di primo e secondo grado e la stessa parte civile evidenziano che l'imputato vedeva il figlio minore con regolarità, ne deriva la manifesta insussistenza del reato contestato. Quanto alla seconda condotta, essa è penalmente rilevante limitatamente alla posizione del figlio minore. La norma, letteralmente, incrimina chi fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro e ciò anche in assenza di una disposizione civilistica che imponga la corresponsione di un assegno, qualora vi sia una situazione concreta di bisogno. La minore età dei discendenti rappresenta in re ipsa una condizione soggettiva dello stato di bisogno, mentre l'eventuale capacità economica dell'altro coniuge non esclude la responsabilità dell’altro genitore nei confronti del figlio minore.

Stipulare una garanzia fideiussoria non esime dal provvedere alla sussistenza del familiare

A tal fine, nel caso in esame, il disinteresse dell’imputato evidenziato dalla parte offesa non si concilia con la sottoscrizione della garanzia fideiussoria a favore della ex convivente, anche se lo stesso imputato si è limitato ad asserire, senza darne prova, di avere dato una cifra in contanti all'ex compagna il giorno della stipula del contratto. Per questo non vi è sufficiente prova del fatto che l'imputato abbia fornito mezzi di sussistenza al figlio non essendovi stato in concreto alcun esborso di denaro.

La Corte prosegue affermando come principio di diritto che il reato di cui all’art. 570 cp comma 2, n. 2) non è escluso dalla prestazione di garanzie patrimoniali per debiti contratti nel loro interesse se a ciò non segua un effettivo esborso. L'obbligo si adempie con la dazione di denaro o attraverso il soddisfacimento diretto dei bisogni del minore destinatario. Poiché la Corte d'appello non ha fatto corretta applicazione di tale principio, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio.

Provvedimento della Cassazione penale e principio di diritto

La Corte di cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell’imputato e lo condanna al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende. Annulla la sentenza impugnata, limitatamente al reato di cui all'art. 570 c.p., comma 2, n. 2), ai soli effetti civili, e rinvia al giudice civile competente in grado d’appello. Rigetta nel resto il ricorso della parte civile ed enuncia il seguente principio di diritto Ai fini dell'applicazione dell'art. 570 c.p., comma 2, n. 2), non vale ad escludere la mancanza di mezzi di sussistenza per i discendenti di età minore, la semplice prestazione, da parte del genitore, di garanzie patrimoniali per debiti contratti nel loro interesse, cui non segua un effettivo esborso. L'obbligo la cui violazione è sanzionata dalla norma deve intendersi, infatti, come un obbligo positivo di concreta garanzia dei mezzi di sussistenza, da adempiersi con la dazione di denaro o attraverso il soddisfacimento diretto dei bisogni del minore destinatario.

L’obbligo di assistenza nei confronti del genitore

L’obbligo di assistenza nei confronti del familiare in stato di bisogno, non è prerogativa del genitore. Può infatti verificarsi anche l’ipotesi inversa, ossia quella del figlio che omette di prestare assistenza al genitore. In questo caso la colpevolezza dovrà nascere anche da uno stato di bisogno del genitore da accertare caso per caso, come per esempio in ipotesi di malattia fisica o mentale che privi il genitore di controllo.

È violazione di assistenza porre un familiare in situazione di pericolo

Coordinando la norma in oggetto con quella che punisce l’abbandono di incapaci, la Cassazione ha chiarito che abbandonare l’anziano padre, la cui malattia se non assistita lo pone in una situazione di pericolo, costituisce reato. L’obbligo di accudire i genitori diventa così un vero e proprio principio di diritto, che trova giustificazione nella legge e non solo nella morale (Cassazione n. 44098/2016). 

Cassazione penale 17206/2015 falsità ideologica commessa nella dichiarazione di successione

falsità ideologica commessa nella dichiarazione di successioneLa Corte di Cassazione penale con sentenza depositata in cancelleria il 27 aprile 2016 ha rigettato il ricorso proposto da due soggetti, imputati di avere falsamente redatto un testamento olografo a firma di una defunta facendolo registrare al notaio, di avere falsamente attestato nella dichiarazione di successione di essere gli unici eredi della defunta, senza menzionare coloro che invece erano i legittimi eredi, e di essersi introdotti all'interno dell'abitazione della defunta senza consenso dei legittimi eredi, rimuovendo forzatamente la vecchia serratura e installando una nuova serratura per impedire ai legittimi eredi di entrare.

La strana sorpresa alla morte dell’anziana zia

Nel 2009 due fratelli si recano dalla polizia denunciando di non riuscire più ad entrare nell’abitazione di una vecchia zia, deceduta qualche tempo prima, dove si recavano di tanto in tanto aprendo con le chiavi in loro possesso.

Secondo loro, qualcuno aveva cambiato la serratura senza chiedere alcun permesso. Un sospetto confermato dalle dichiarazioni di alcuni vicini di casa, che raccontano ai fratelli di avere visto un giovane sui trent’anni davanti all’abitazione della vecchia zia. Questo giovane, aveva dichiarato ai vicini di essere un nipote della signora defunta e di essere andato presso l’abitazione per sostituire la serratura.

Una seconda denuncia contro i presunti eredi illegittimi

I due fratelli a distanza di qualche mese, presentano ancora una denuncia alla polizia, e sempre per vicende legate alla morte della vecchia zia. Ella aveva acceso un conto corrente presso la filiale di paese di una grande Banca, sul quale riposavano i risparmi di una vita e veniva accreditata la pensione mensile.

Non avendo molte ragioni di spesa fuori dall’ordinario, la zia aveva accumulato un bel gruzzolo sul conto corrente.

Alla sua morte, i fratelli si recano in banca per chiudere il conto corrente e si avvedono che è stato svuotato ed in esso non c’è più traccia dei risparmi.

Né gli impiegati allo sportello né i funzionari degli uffici accettano di fornire loro spiegazioni ma i due fratelli continuano ad insistere per ottenere una spiegazione.

Alla fine, dopo molte difficoltà di carattere burocratico, la direttrice della filiale, mossa a compassione, decide di rivelare loro che qualche tempo addietro si erano presentati presso il suo ufficio gli eredi della loro zia ed avevano prelevato tutte le somme depositate sul conto corrente.

Queste persone si erano presentate esibendo un testamento scritto di proprio pugno dalla zia e pubblicato alla sua morte dal notaio presso il quale era stato custodito, nel quale venivano nominate eredi universali.

Fin qui nulla di strano, sembrerebbe, al punto da dover sporgere denuncia. Ma ai fratelli qualcosa non quadra fin dall’inizio. Chiedono al notaio di poter visionare il testamento e la prima stranezza di cui si accorgono è che la zia avrebbe scritto il testamento il giorno prima della sua morte.

In realtà, le condizioni di salute dell’anziana erano così gravi da non poterle permettere di scrivere, e men che meno di ragionare lucidamente disponendo dei suoi beni a favore di chicchessia.

Ella era infatti ultranovantenne al momento della morte e affetta da una seria forma di demenza da Alzheimer e da grave cardiopatia, tanto da essere deceduta presso la struttura dove si trovava ricoverata, in stato soporoso e priva di conoscenza, ormai da tempo.

Uno dei due fratelli si accorge addirittura che la grafia con la quale è vergato il testamento non somiglia affatto alla scrittura della zia come loro conoscevano.

I due fratelli cominciano a chiedere informazioni. Vengono a sapere che appena dopo la pubblicazione del testamento i presunti eredi si sono recati all’Agenzia delle Entrate e hanno presentato la dichiarazione di successione così da potersi recare in Banca ed estinguere il conto prelevando il saldo di quasi quarantamila euro.

Ma quello che risulta ancor più strano, tuttavia, è che la zia aveva solo due parenti al mondo e sono proprio i due fratelli, ai quali non sembra perciò possibile che vi siano altri eredi.

Perizie grafologiche e medico-legali per dimostrare che la zia non poteva aver scritto il testamento

Gli impostori vengono subito smascherati: un accertamento grafologico dimostra che la grafia del testamento non corrisponde alla scrittura della defunta.

A loro discolpa, essi raccontano di aver trovato in casa una copia del testamento, dopo che era stata recapitata per posta alla loro madre, e di aver gettato via la busta dopo molto tempo che la lettera giaceva tra la corrispondenza di casa inevasa. Dichiarano inoltre di essere stati colti di sorpresa e di avere addirittura pensato ad uno scherzo perché ignoravano rapporti di parentela con la signora che disponeva dei sui averi in loro favore.

Nonostante non vi fossero legami genealogici, essi decidono ugualmente di recarsi in casa della signora defunta e di cercare tra i documenti qualcosa che testimoniasse un legame tra loro.

Trovano le prove che tra la vecchia zia e i nipoti, i due fratelli, non è mai corso buon sangue e decidono così di accettare l’eredità a posto degli unici eredi, quelli veri.

L’impugnazione della sentenza di appello di Perugia

Con sentenza emessa in data 7.11.2014 la Corte d'Appello di Perugia dichiarava la nullità della sentenza di primo grado, relativamente alla condanna per il capo b), essendo ravvisabile la truffa, e ripristinava quanto al capo a) l'originaria qualificazione del fatto confermando nel resto la prima sentenza. Gli imputati proponevano ricorso per cassazione.

Il difensore degli imputati affida a sei diversi motivi l’impugnazione

Il Pubblico Ministero conclude per l'inammissibilità del ricorso.

Il difensore delle parti civili ha concluso associandosi alle richieste del PM.

Il difensore degli imputati propone sei motivi di ricorso per cassazione: con il primo motivo, violazione ed erronea applicazione dell'art. 485 c.p. e 533 c.p.p., in quanto i Giudici d'appello non hanno correttamente valutato il cumulo indiziario acquisito al processo; con il secondo motivo, violazione dell'art. 129 c.p.p. per non aver assolti gli imputati per insussistenza del fatto e per aver omesso di dichiarare improcedibile il reato in ragione della tardività della querela; con il terzo motivo, violazione ed erronea applicazione dell'art. 483 avendo ritenuto che la dichiarazione di successione fosse da considerare alla stregua di un atto pubblico e che gli imputati avevano dichiarato il falso; con il quarto motivo, violazione ed erronea applicazione dell'art. 633 c.p. per omessa motivazione circa la sussistenza del dolo specifico del reato contestato; con il quinto motivo, la violazione dell'art. 125 c.p.p., registrandosi nella sentenza impugnata una motivazione apparente; con il sesto motivo, l'illegittima conferma dell'entità della provvisionale.

La Cassazione rigetta tutti i motivi di ricorso

La Corte premette preliminarmente che buona parte delle doglianze in fatto sono inammissibili perché si traducono in una diversa valutazione delle risultanze processuali e non già in un vizio di motivazione.

Essi lamentano l'insussistenza dell'elemento soggettivo del reato di cui all'art. 485 c.p. e art. 491 c.p., riguardante la formazione del falso testamento olografo, ma la Corte di Appello ha correttamente statuito sul punto.

La sussistenza dell'elemento materiale, ossia la falsità del testamento, risulta acclarata dall’accertamento tecnico che ha confermato le condizioni di salute incompatibili con la redazione dell’atto il giorno prima del decesso e la mancata corrispondenza tra grafia dell’atto e quella della de cuius.

La sussistenza dell’elemento soggettivo è dimostrata nella ricorrenza del dolo, consistente nel fine di trarre un vantaggio dal delitto di falso in scrittura privata. Tale vantaggio risulta dimostrato dal fatto che gli imputati hanno utilizzato il testamento per entrare in possesso del denaro ed occupare la casa della defunta.

Il secondo motivo è manifestamente infondato poiché la Corte territoriale ha adeguatamente dato conto delle ragioni per le quali ha ritenuto che la sentenza impugnata andasse annullata, per diversità del fatto descritto nella contestazione essendo indubbia la configurabilità del reato di cui all'art. 640 c.p., art. 61 c.p., n. 7. Anche la lamentata tardività della querela è infondata avendo la sentenza impugnata dato conto della sua tempestività.

La dichiarazione di successione ha rilievo pubblicistico anche se è compilata dal privato

Con il terzo motivo di ricorso si contesta la configurabilità del delitto di cui all'art. 483 c.p. perché la dichiarazione di successione sarebbe un atto di esclusivo rilievo privatistico a fini fiscali e non un atto diretto a provare la qualità di erede testamentario. La Corte d’Appello, a parere della Cassazione, ha però correttamente evidenziato che la contestata falsità è correlata all’attestazione di essere eredi contenuta nella dichiarazione di successione, che una volta presentata al pubblico ufficiale diventa il primo atto di un procedimento amministrativo, assume natura pubblica e diviene oggetto della potestà certificativa ed autoritativa del pubblico ufficiale.

La dichiarazione di successione è un atto del privato con effetti pubblicistici

L’obbligo del dichiarante di enunciare il vero dipende dagli effetti "pubblicistici" di natura fiscale (ammontare delle imposte, agevolazioni fiscali, etc.) che la dichiarazione di successione determina.

Non viene ritenuta accoglibile la tesi di una suddivisione in più fasi della dichiarazione di successione, con una parte procedimentale anteriore alla presentazione del pubblico ufficiale sottratta all’obbligo di enunciare il vero. Essa non ha infatti una sua funzionalità indipendente dalla presentazione e dalle conseguenze pubblicistiche che da essa derivano ma è funzionalmente legata al momento in cui viene presentata all'Agenzia delle Entrate.

E pertanto il delitto previsto dall'art. 483 c.p. sussiste qualora l'atto pubblico, nel quale la dichiarazione del privato è stata trasfusa, sia destinato a provare la verità dei fatti attestati e, cioè, quando una norma giuridica obblighi il privato a dichiarare il vero ricollegando specifici effetti all'atto nel quale la sua dichiarazione è stata inserita dal pubblico ufficiale ricevente.

Il dolo specifico del reato di cui all'art. 633 c.p. risulta poi dall’essersi gli imputati introdotti nell'immobile della de cuius per raccogliere notizie, dall’essersi recati presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari per verificare l'assenza di denunce successorie, dall’aver occupato l'immobile sostituendo la serratura e comportandosi come proprietari, dalla redazione della falsa scheda testamentaria.

Parimenti rigettato il quinto motivo di impugnazione sulla violazione dell'art. 125 c.p.p. per motivazione apparente perché generico in violazione dell'art. 581 c.p.p., lett. c) e il sesto motivo di ricorso riguardante la conferma della provvisionale a carico degli imputati.

Le autocertificazioni impongono l’obbligo di dichiarare il vero

La punibilità di chi presenta un testamento falso ai sensi dell’art. 483 cp è motivata dal fatto che esso si accompagna alla presentazione della relativa dichiarazione di successione presso l’Agenzia delle Entrate. Sebbene tale dichiarazione sia compilata dal privato, la natura di tale atto è pubblica e non privata poiché contiene autocertificazioni che impongono al dichiarante di affermare il vero.

La tutela civile contro il testamento falso

Oltre alle conseguenze di carattere penale, la pubblicazione di un testamento falso può esporre al rischio di azioni giudiziarie in sede civile da parte degli eredi pretermessi. In questo caso, essi avranno titolo per richiedere una sentenza di annullamento, o per proporre una domanda volta alla dichiarazione di nullità delle clausole ritenute false.

Il carcere è considerato un luogo aperto al pubblico

Il carcere è considerato un luogo aperto al pubblicoCon sentenza emessa dal giudice monocratico del Tribunale di Lecce, II sezione penale, il 8 febbraio 2017 e depositata in Cancelleria il 3 maggio 2017, viene stabilito che deve essere sanzionata la condotta di chi offenda l’onore e il prestigio di un pubblico ufficiale durante l’esercizio delle sue funzioni se vi è un collegamento temporale e finalistico tra la condotta dell’agente e l’esercizio della potestà pubblica.

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Il medico di guardia è obbligato a visitare il paziente che l’infermiere ha descritto come grave

Il medico di guardia è obbligato a visitare il paziente che linfermiere ha descritto come graveCon sentenza depositata in cancelleria il 30 marzo 2017, la Cassazione si pronuncia in merito al dovere del medico di guardia di recarsi immediatamente a visitare il paziente che si trovi in condizioni fisiche gravi, per non incorrere nel reato previsto dall’art. 328 del codice penale. Quando l’atto sanitario richiesto è urgente e indifferibile e il paziente verta in una situazione di oggettivo rischio, il medico ha l’obbligo di intervenire ed esaminare la situazione, soprattutto se a richiedere il suo intervento sono soggetti qualificati come gli infermieri che sanno valutare la effettiva necessità della presenza del medico.

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Dignità dei detenuti e carceri romene

Alcune carceri romene non assicurano la dignità dei detenutiCon sentenza n. 39865 del primo settembre 2017, la Corte di cassazione penale decidendo in merito al ricorso di un cittadino romeno che rifiuta di scontare negli stabilimenti della Romania la pena della reclusione,

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I capi della sentenza oggettivamente cumulativa sono autonomi tra loro

I capi della sentenza oggettivamente cumulativa sono autonomi tra loroPronunciandosi sulla possibilità di dichiarare l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione in ordine ad un ricorso avverso capi distinti di una sentenza oggettivamente cumulativa, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 6903 del 14 febbraio 2017 hanno annullato senza rinvio la sentenza della Corte di appello di Genova, che confermava la condanna di primo grado nei confronti dell’imputato ritenuto colpevole di due distinti reati di falsa testimonianza,

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Il notaio non deve rogare l’atto elusivo di sanzioni penali

cassazione 1716 2016 focusIn una recente sentenza, la n. 1716 del 29 gennaio 2016, la Corte di Cassazione ha stabilito che il notaio è tenuto a rifiutarsi di procedere al rogito di un atto il cui scopo sia quello di eludere le norme pubblicistiche alla cui violazione corrisponde una sanzione penale, come le norme di natura fiscale, poiché l’art. 27 della legge notarile contiene il solo obbligo a rogare l’atto richiesto dopo aver adeguatamente informato la parte sul contenuto e sugli effetti. 

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Differenza tra concorso ordinario e concorso anomalo, il dolo

La corte interviene sulla differenza tra concorso ordinario e concorso anomalo FocusLa Corte di Cassazione Penale, con la recente sentenza n. 4889 dell’1 febbraio 2017 si è espressa sulla differenza tra concorso anomalo e concorso ordinario dei compartecipi del reato e ha statuito che, nel caso in cui un concorrente abbia commesso un reato più grave di quello concordato, il compartecipe risponde anch’egli del medesimo reato in concorso ordinario ex art. 110 cp se ha previsto e accettato il rischio dell’evento più grave.

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