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Truffa negli appalti delle mascherine per il Corona Virus

Il Coronavirus non ferma le truffe gli appalti delle mascherineIn tempi di emergenza Coronavirus, la principale questione che anima i dibattiti politici e sanitari è l’approvvigionamento di mascherine. Sono necessari quantitativi ben superiori a quelli che normalmente vengono utilizzati, perché, stabiliscono gli scienziati, non sono appannaggio solo dei sanitari ma rappresentano un modo, se non l’unico certo quello più efficace, per proteggersi dal contagio.

Tanto che i negozi, gli uffici pubblici e in genere tutti gli spazi chiusi impongono l’accesso solo a chi è dotato di mascherine.

Il problema è riuscire ad avere i quantitativi necessari a disposizione in tempi brevi, altrimenti uscire dallo stato di emergenza e ricominciare a vivere senza l’incubo del contagio diventa un obiettivo sempre più lontano.

Il Governo prende la decisione di ricorrere a procedure speciali per le forniture mediche, affidando gli appalti a chi riesca a fornire la merce in tempi rapidi e in grandi quantità.

Per questo lo Stato agli inizi di marzo ha lanciato una gara d’appalto per la produzione e la distribuzione di ingenti quantitativi, da affiancare agli ordini già commissionati a giganti della produzione industriale, collocati soprattutto in Cina, e ad aziende manifatturiere italiane riconvertite per l’occasione. Su questo procedimento vigila, come prescrive la normativa sugli appalti, a garanzia del regolare svolgimento delle gare, un organismo specifico della pubblica amministrazione: il Consip, che ha il compito di assicurare la rispondenza agli obiettivi economici e finanziari dello Stato.

Appalto ad un habituè delle feste romane

In questo scenario viene indetta la gara di appalto, vinta dalla ditta che propone l’offerta più vantaggiosa: la consegna di 24 milioni di presidi di protezione a fronte di un compenso di 15 milioni di euro.

L’aggiudicatario vincitore si obbliga a consegnare entro tre giorni un primo carico da 3 milioni di mascherine chirurgiche.

Tuttavia, i tre giorni passano e le mascherine non arrivano. Il titolare della ditta aggiudicataria dice che il carico è fermo alla dogana in Cina ma una rapida investigazione porta alla luce un’altra verità: il carico non è mai esistito.

La vicenda ruota intorno alla personalità di Antonello Ieffi, un giovane poco più che quarantenne. Come una comparsa della Grande Bellezza, egli trascorre serate all’insegna del divertimento in mezzo ai vip, ballando nei locali più in di Roma, partecipando a feste e a cene nei ristoranti esclusivi.

È stato amico di Fabrizio Corona e fidanzato per un periodo con l’attrice Manuela Arcuri, ma non sempre i rapporti con le celebrities hanno avuto risvolti così lieti.

Nel 2013 fu infatti sequestrato, picchiato e torturato dopo essere stato rinchiuso in un attico in un quartiere a Sud di Roma. Tra i mandanti dell’aggressione c’era anche la ex moglie di un famoso calciatore della Roma.

La passione per il lusso lo porta a stipulare contemporaneamente sei contratti di leasing per auto di grossa cilindrata da ostentare durante le sue serate in mezzo ai ricchi.

L’altra faccia della medaglia lo vede però come interlocutore per conto della società vincitrice con la stazione appaltante pubblica, che sta aspettando l’avvio della fornitura.

Egli si presenta come portavoce, pur non essendo nella compagine societaria, per lamentare l'esistenza di problematiche organizzative relative al volo di trasferimento della merce verso Malpensa, rimasta bloccata in un aeroporto della Cina, per la precisione a Guangzhou Baiyun.

La spiegazione fornita è che la società indicata come venditrice delle mascherine, indiana, si sarebbe dovuta premurare di far arrivare la merce in Cina. Il contratto di fornitura con la venditrice sarebbe stato stipulato da una società con sede nel Qatar, di cui sarebbe parte lo stesso Ieffi, che però non avrebbe potuto pagare la fornitura perché le autorità del Qatar ne avrebbero bloccato i conti correnti.

Un "gioco d'azzardo sulla pelle di chi aspetta le mascherine"

Parte in ricognizione un ispettore dell’Agenzia delle Dogane, e rivela la totale mancanza di qualsiasi carico destinato all’Italia. Le autorità rimaste in Italia, dal canto loro, non tardano a ricostruire alcuni precedenti per violazioni tributarie a carico della società vincitrice, che ne determinano il decadimento dall’appalto.

Viene scoperta anche una partecipazione di fatto del giovane all’interno della società vincitrice, di cui addirittura risulta esserne l’esclusivo titolare sebbene come amministratore sia stato indicato un prestanome al quale le quote sociali sarebbero state cedute non prima di due anni.

Non solo, ma la ditta vincitrice aveva un oggetto sociale del tutto estraneo alla produzione di mascherine, poiché impegnata nel settore della coltivazione di fondi, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse. Soprattutto, non aveva fondi per pagare nessuna fornitura, non avrebbe mai potuto ottenere la merce e consegnarla agli ospedali nei tempi richiesti. La classica scatola vuota, insomma.

Ma oltre al danno, la beffa. Perché ha deciso di provare ad aggiudicarsi un altro appalto utilizzando una seconda ditta-fantasma, dopo aver bruciato l’identità della prima, relativo alla fornitura di guanti, occhiali protettivi, tute di protezione, camici e soluzioni igienizzanti per un valore di oltre € 73 milioni di euro.

La Consip però, è stata più veloce e ha escluso la ditta dalla gara.

Come lo ha definito la magistratura incaricata delle indagini, un gioco d’azzardo sulla pelle di chi attendeva le mascherine per salvarsi la vita.

Dalla denuncia della Consip all'arresto

La Procura di Roma indaga dopo che Consip ha denunciato una serie di anomalie nella gara di appalto che hanno dato luogo alle investigazioni condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Roma. Arrestato su ordine del GIP, il giovane è stato tradotto in carcere per il rischio di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove.

Il mezzo fraudolento per aggiudicarsi l'appalto

Il Pubblico Ministero ha contestato i reati di turbativa d'asta e inadempimento di contratti di pubbliche forniture per aver utilizzato un mezzo fraudolento per ottenere l’aggiudicazione della fornitura.

L’indagato dichiara di non aver commesso nessun illecito e chiede la revoca della misura cautelare e in subordine di detenzione ai domiciliari. Dichiara di aver inoltrato alla Consip un video ricevuto dal fornitore indiano con il carico di mascherine stoccato in un deposito in Cina e che la merce doveva essere pagata al fornitore solo una volta arrivata in Italia, passato il controllo qualità.

L'indagine della Finanza e la truffa delle mascherine

L'indagine condotta dalla Finanza ha fatto chiarezza sui fatti denunciati dalla centrale acquisti per la pubblica amministrazione a seguito del mancato recapito del carico di mascherine atteso per il 16 marzo che aveva determinato la revoca dell’appalto.

Innanzitutto, si legge nell’ordinanza di arresto del GIP di Roma, l’indagato aveva omesso di dichiarare – tra le condizioni di esclusione alla gara – l’esistenza di violazioni tributarie. Non solo, ma con il mezzo fraudolento della cessione fittizia delle quote sociali all’amministratore della società gareggiante, si sarebbe spogliato della carica perché gravato da precedenti per truffa e turbativa d’asta. Aggiunge il GIP, che due soci della ditta incaricata di intermediazione con l’indiana produttrice delle mascherine risultano convolti in procedimenti per spaccio di stupefacenti e riciclaggio aggravato dal favoreggiamento alla mafia.

Intercettazioni di un secondo progetto fraudolento

Ad aggravare la posizione dell’indagato, le intercettazioni raccolte dagli investigatori nelle quali si troverebbe la conferma del progetto di truffare lo Stato approfittando dell’emergenza, nella speranza di potersi aggiudicare il secondo appalto sulla fornitura di presidi medico chirurgici diversi dalle mascherine che avrebbe fatto produrre da ditte cinesi a lui affiliate.

Sono stati determinanti aver partecipato alla gara di appalto senza avere la disponibilità delle merci da consegnare, né impegni contrattuali idonei a garantirla nei tempi ristretti richiesti; aver falsificato le carte retrodatando una condanna della amministratrice della ditta in gara e non avere la capacità economica necessaria per pagare la fornitura.

L'arresto per pericolo di reiterazione del reato

Sulla scorta della ricostruzione operata dalla Procura avvalendosi delle investigazioni condotte dalla Guardia di Finanza, il GIP ha motivato la decisione di procedere all’arresto dell’imprenditore con il pericolo di reiterazione del reato, principalmente.

Il tenore delle intercettazioni non lascerebbe dubbi sul fatto che, perdurante la situazione emergenziale, non mancherebbero occasioni di reiterare quelle condotte fraudolente che sono già sottoposte all’attenzione della magistratura.

Il GIP ne trae prova anche dal fatto che, al momento delle indagini per la prima fornitura pubblica, erano in corso i tentativi di aggiudicarsi fraudolentemente anche la gara per il secondo appalto indetto dalla Consip, a pochi giorni dalla revoca del primo appalto e con gli stessi mezzi operativi.

Il rischio di intromissione della criminalità organizzata

Non è l’unico caso di cronaca che vede truffe articolate ai danni dello Stato per aggiudicarsi appalti pubblici in conseguenza della situazione determinata dal Coronavirus. Complice il pericoloso ruolo della criminalità organizzata, il comandante del Nucleo speciale anticorruzione della Guardia di Finanza ha spiegato che l’allerta nei confronti di questi fenomeni deve rimanere alta anche nella fase successiva all'emergenza, quando sarà il momento di contrastare le truffe per altri settori commerciali.

Tags: Dir. Penale

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