Condizioni per la scriminante dell’inadempimento determinato dallo stato di detenzione

Cassazione penale 2381/2017 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IPPOLITO Francesco - Presidente -

Dott. RICCIARELLI Massimo - Consigliere -

Dott. VILLONI Orlando - Consigliere -

Dott. CORBO Antonio - rel. Consigliere -

Dott. VIGNA Maria Sabina - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

L.M., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 31/05/2016 della Corte d'appello di Napoli;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. Antonio Corbo;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto procuratore generale Dr. Balsamo Antonio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Con sentenza emessa in data 31 maggio 2016, la Corte d'appello di Napoli ha confermato la sentenza pronunciata in primo grado dal Tribunale di Benevento che, all'esito di giudizio abbreviato, aveva condannato L.M. per il delitto di cui all'art. 570 c.p., comma 2, n. 2, per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori non versando l'assegno mensile di Euro 600,00, fissato dal giudice civile nel provvedimento di separazione, con condotta perdurante dal (OMISSIS) (la sentenza di primo grado è datata 1 giugno 2011), e gli aveva irrogato la pena di due mesi di reclusione e 200,00 Euro di multa, previa applicazione della diminuente per il rito, ma con diniego delle circostanze attenuanti generiche.

2. Ha presentato ricorso per cassazione avverso la sentenza indicata in epigrafe l'avvocato Nazareno Fiorenza, quale difensore di fiducia di L.M., formulando un unico motivo, con il quale si lamenta violazione di legge, in riferimento all'art. 570 c.p., nonchè vizio di motivazione, a norma dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), avendo riguardo alla configurabilità del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, in considerazione dello stato di detenzione dell'imputato al momento dell'inadempimento.

Si deduce che lo stato di detenzione integra una situazione di incolpevole impossibilità di adempiere agli obblighi familiari, quanto meno sotto il profilo dell'elemento soggettivo (si cita, a sostegno, Sez. 6, n. 4960 del 03/02/2016).

Motivi della decisione

1. Il ricorso è fondato nei limiti e per le ragioni di seguito precisati.

2. Presupposto per la violazione dell'obbligo di assistenza familiare, con riguardo al profilo dell'omessa prestazione dei mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, è la possibilità di adempiere.

Tuttavia, non osta alla configurabilità del reato in questione una situazione di indisponibilità economica colpevolmente determinata e perdurante nel periodo in cui si verifica l'inadempimento: significativamente, in giurisprudenza tende ad escludersi, in linea di principio, l'efficacia esimente sia dello stato di disoccupazione (cfr. tra le altre, Sez. 6, n. 5751 del 14/12/2010, dep. 2011, P., Rv. 249339, e Sez. 6, n. 10085 del 15/02/2005, Pegno, Rv. 231453), salvo a valutare la concreta situazione (Sez. 6, n. 7372 del 29/01/2013, S., Rv. 254515), sia, più in generale, della indisponibilità dei mezzi necessari, quando questa sia dovuta, anche parzialmente, a colpa dell'obbligato (Sez. 6, n. 11696 del 03/03/2011, F., Rv. 249655). Inoltre, come precisano alcune decisioni, l‘indisponibilità da parte dell'obbligato dei mezzi economici necessari ad adempiere si configura come scriminante soltanto se perdura per tutto il periodo di tempo in cui sono maturate le inadempienze e non è dovuta, anche solo parzialmente, a colpa dell'obbligato (così, in particolare, Sez. 6, n. 41697 del 15/09/2016, B., Rv. 268301, relativa ad un obbligato che aveva addotto come causa di impossibilità lo stato detentivo, protrattosi per pochi mesi rispetto ad un periodo di inadempimento perdurato per oltre cinque anni).

In questa prospettiva, risulta plausibile ritenere che lo stato di detenzione costituisce un limite alla rilevanza penale dell'inadempimento della prestazione dei mezzi di sussistenza quando coincide con il periodo dei mancati versamenti, sempre che l'obbligato non abbia percepito comunque redditi e non si sia attivato per procurarsi legittimamente dei proventi, in particolare mediante il lavoro all'interno o all'esterno del luogo di detenzione.

In altri termini, l'obbligato non può reputarsi automaticamente colpevole per il mancato svolgimento di attività lavorativa in costanza del periodo di detenzione: l'ammissione al lavoro nella struttura penitenziaria, e ancor più all'esterno di essa, non è certo un diritto soggettivo incondizionato, ma è oggetto di concessione da parte dell'Amministrazione, all'esito di articolate valutazioni e sempre che ve ne sia la concreta possibilità fattuale, come conferma anche la L. 26 luglio 1975, n. 354, art. 20, il quale prevede la formazione di apposite graduatorie. È ragionevole, quindi, concludere che, per non rispondere penalmente dell'inadempimento della prestazione dei mezzi di sussistenza, l'obbligato in stato di detenzione abbia l'onere di presentare domanda all'amministrazione penitenziaria per essere ammesso al lavoro; se, poi, la richiesta non è accolta, non potrà essere addebitata allo stesso la mancata percezione di guadagni.

3. La decisione di secondo grado evidenzia innanzitutto che il ricorrente non ha mai versato alcunchè alla moglie ed alle figlie minori dall'8 (OMISSIS), data di emissione dell'ordinanza con cui il giudice civile aveva imposto all'uomo di corrispondere un assegno mensile pari a 600,00 Euro, fino giugno 2011, data di pronuncia della sentenza penale di primo grado. Osserva, poi, muovendo dalla premessa secondo cui l'impossibilità di somministrazione dei mezzi di sussistenza deve essere incolpevole, che il lungo periodo di carcerazione sofferto "non limita la responsabilità dell'imputato, in quanto lo stesso anche durante il regime di detenzione inframuraria ben avrebbe potuto svolgere attività lavorativa all'interno della struttura, effettuando almeno versamenti parziali della somma cui era tenuto (...)".

Così argomentando, la Corte d'appello addebita al ricorrente la responsabilità per il reato di cui all'art. 570 c.p., comma 2, n. 2, per avere il medesimo omesso di svolgere attività lavorativa all'interno della struttura carceraria, senza però verificare se questa circostanza sia il risultato di un'inerzia colpevole, o, invece, di una impossibilità per cause estranee alla volontà dell'imputato.

Di conseguenza, la Corte di merito, muovendo dalla petizione di principio secondo cui il mancato svolgimento di attività lavorativa in carcere è di per sè addebitabile alla colpevole inerzia del detenuto, illegittimamente ha ritenuto colpevole anche l‘indisponibilità, da parte del ricorrente, del denaro necessario per prestare, almeno in parte, i necessari mezzi di sussistenza ai discendenti ed al coniuge.

4. La sentenza impugnata deve essere quindi annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d'appello di Napoli per nuovo giudizio.

Il nuovo giudizio dovrà esaminare, innanzitutto, se il periodo di detenzione del ricorrente sia stato, o meno, coincidente con il periodo di inadempimento dell'obbligo di prestazione di assistenza in contestazione, e, poi, in caso di sovrapponibilità piena o significativamente prevalente tra gli stessi, se, durante il periodo di detenzione, l'imputato abbia colpevolmente omesso di attivarsi per svolgere un lavoro, o, invece, la mancata esecuzione di attività lavorativa sia stata determinata da cause al medesimo non imputabili.

In ogni caso, inoltre, il giudice del rinvio provvederà a verificare se risulti che il ricorrente, nel periodo in contestazione, abbia fruito di altri redditi.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d'appello di Napoli.

Così deciso in Roma, il 15 dicembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 19 gennaio 2018

Tags: Dir. Penale

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