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Casa-famiglia di San Lazzaro chiusa per maltrattamenti

Casa famiglia di San Lazzaro chiusa per maltrattamentiNell’agosto del 2017 viene inaugurata una struttura di accoglienza per anziani a San Lazzaro di Savena. Una villetta circondata da alberi, un posto tranquillo e appartato sulle colline dell’entroterra bolognese. Il servizio che offrono è indispensabile, per le molte famiglie che non riescono a gestire autonomamente gli anziani. Molti di loro, soprattutto quelli di età più avanzata, sono affetti da patologie che ne impediscono la deambulazione. Spesso hanno anche deficit cognitivi oltre a problemi di immobilizzazione. È necessaria una assistenza specifica, continua, con strumenti non sempre reperibili dalle famiglie. Per questo motivo i residenti della zona si affrettano a chiedere ospitalità per i loro parenti bisognosi.

La prima multa per sovraffollamento della struttura

Dopo pochi mesi dall’apertura, arriva una multa perché la struttura contiene troppi ospiti rispetto a quelli consentiti dalle sue dimensioni. I carabinieri fanno i loro sopralluoghi e tutto quello che sembra necessario rilevare è solo un sovraffollamento degli spazi. Tuttavia, la direzione della struttura non accoglie la diffida e continua ad ospitare più anziani di quelli per i quali godono dei permessi amministrativi. Ripartono le segnalazioni da parte del Comune e va nuovamente riaperto il caso.

I carabinieri ritornano dunque nella casa famiglia e questa volta non si limitano a rilevare un numero eccessivo di anziani. Emergono particolari agghiaccianti sulle condizioni in cui erano tenuti i poveri anziani.

Il titolare della struttura somministra alte quantità di farmaci sedativi agli ospiti

Il titolare ha settant’anni, è stato infermiere all’ospedale Bellaria, viene dal bolognese, ed ha una soluzione molto particolare per reprimere le crisi degli anziani ricoverati. Vanno ridotti come degli zombie.

Per questo ai dipendenti, con la complicità di un medico di base compiacente, ordina di somministrare farmaci psicotropi e tranquillanti in dosi molto maggiori rispetto a quelle consigliate. In alcuni casi gli anziani vengono legati al letto per non disturbare i dipendenti durante la notte.

Due delle donne che lavorano nella struttura, una coordinatrice e una collaboratrice, hanno timore che queste dosi massicce di farmaci possano essere pericolose per gli anziani e protestano agli ordini del titolare.

Anche per questo caso il titolare ha una sua tesi e cioè che se l’ospite non dovesse sopravvivere alla somministrazione, pazienza, un rompiscatole in meno se campa, campa, se muore arrivederci.

Il titolare ha dalla sua parte una collaboratrice fidata, la sua compagna, che pianifica insieme a lui i trattamenti cui sottoporre i ricoverati.

Pur non avendo alcuna cognizione medica, egli cambia a suo piacimento le cure dei pazienti, decide quali medicine vadano somministrate e quali no, lega i pazienti ai letti per impedire loro di reagire, taglia i fili della corrente che collegano i campanelli, in modo che di notte non possano suonare e disturbare i dipendenti che dormono invece di vegliare.

Barbiturici, sonniferi e antidepressivi vengono versati nel caffè o nel succo di frutta per facilitare la loro assunzione. E se, nonostante i sonniferi e le cinghie che li assicurano al letto, qualcuno di loro riesce a ribellarsi, viene preso a sputi in faccia.

I famigliari dei ricoverati sono ignari dei maltrattamenti cui vengono sottoposti i loro cari

Il costo mensile per ricoverare un anziano in questo ospizio-lager come è stato definito, oscilla tra i 1.500 e i 3.000 euro. I familiari pagano senza obiezioni perché gli stati mentali e fisici degli anziani ospiti spesso li rendono incapaci di raccontare i maltrattamenti.

Sembrano tenuti in buone condizioni e nei casi in cui emerge qualche ecchimosi o un lamento in più, è facile metterlo in relazione con una delle varie malattie di cui già soffrono.

Il titolare ha una risposta pronta su tutto, e una soluzione per ogni problema.

Un paziente entra in blocco renale a causa della quantità di sedativi che gli è stata somministrata; per evitare che i familiari possano accorgersene, egli pensa di bagnare il pannolone dell’anziano e far credere così che l’apparato urinario del signore funzioni alla perfezione.

Meno male che l’intervento dei carabinieri arriva prima che le conseguenze del blocco renale possano essere fatali per il novantenne.

Dalla prima diffida al sequestro

Nel settembre 2017 i Nas rilevano nella struttura la presenza di otto ospiti invece che sei. Il Comune di San Lazzaro diffida a regolarizzare il numero di ospiti. Nel marzo 2018, il Comune invia nuova diffida di ridimensionamento. Rimasta inevasa anche la seconda diffida, il Comune ordina la sospensione delle attività e il pagamento di una multa.

A seguito degli ultimi controlli, la struttura è stata posta sotto sequestro.

I fatti emersi dalle intercettazioni

Il GIP che ha coordinato l’operazione, ha rilevato che agli anziani venivano somministrate benzodiazepine e altri farmaci per sedarli e veniva usato contenimento fisico.

Ai maltrattamenti, si aggiungerebbero aggravanti date dall’aver agito mossi dal motivo abietto di aumentare i margini di guadagno personale, derivanti dalla gestione della struttura.

Il Codacons chiede il varo di una legge che imponga l’installazione di apparecchi di registrazione e videosorveglianza nei luoghi sensibili per verificare le condizioni di assistenza ai pazienti e l’adeguatezza del personale in servizio.

La linea difensiva della direttrice che coadiuvava il titolare nella gestione della struttura

La direttrice che coadiuvava il titolare nella struttura ha ammesso di aver sputato a uno degli anziani ospiti, come intercettato durante le indagini giustificandolo come un gesto difensivo dovuto all’esasperazione di un momento di particolare tensione derivante dal fatto che l'uomo avrebbe cercato di strapparle la sedia a rotelle su cui doveva sistemare un'altra paziente, che in quel momento stava sorreggendo con un braccio.

Ella nega di aver usato violenza nei confronti degli anziani ospiti della struttura, mentre ammette di avere aumentato il dosaggio dei sedativi con l'autorizzazione del medico, per calmare alcuni pazienti particolarmente agitati e di aver visto un paziente legato al letto senza il suo consenso ma per il suo bene, per evitare di procurarsi dei danni a causa dello stato di agitazione.

Il fine di lucro come scopo prioritario del trattamento ai pazienti ricoverati

Secondo quanto rilevato dalle indagini coordinate dal PM e condotte dai Carabinieri di Bologna centro e dai Nas, gli ospiti del centro privato venivano sedati con farmaci psicotropi e tranquillanti e in alcuni casi legati al letto. Sottoposti alle indagini il titolare della casa famiglia, la coordinatrice e la collaboratrice anche per esercizio abusivo della professione sanitaria.

Il medico di base che si sarebbe dovuto occupare della cura sanitaria degli anziani ricoverati, è stato sospeso dalla professione con l’accusa di aver fornito in cambio di denaro i propri timbri e ricettari affinché il responsabile della struttura potesse approvvigionarsi di medicinali in autonomia e di aver delegato le sue funzioni sanitarie. Le indagini sono iniziate nel mese di marzo 2018 dopo aver ricevuto alcune segnalazioni.

A causa dei danni fisici e psichici provocati con il contenimento fisico e la somministrazione di benzodiazepine oltre i limiti, le indagini potrebbero aggravare le posizioni degli indagati ai quali potrebbe essere contestato anche il reato di tortura oltre a quelli di maltrattamenti e lesioni gravi pluriaggravate.

Secondo gli inquirenti, la finalità della casa-famiglia era declinata alla volontà di ricavare il maggiore lucro possibile dalle altrui sofferenze, attraverso l’annientamento totale, meccanico e farmacologico degli anziani pazienti, così da limitare le residue capacità di azione

Infatti, per quanto emerso dalle intercettazioni e dai sopralluoghi, i pazienti non dovevano essere in condizione di dare fastidio e dovevano presentare minimi bisogni di accudimento. Per questo motivo venivano esercitate aggressioni terapeutiche funzionali al loro mero contenimento mediante costante somministrazione di farmaci e sedativi. 

Maltrattamenti aggravati, lesioni gravi ed abuso della professione sanitaria

I carabinieri del Nucleo operativo della compagnia Bologna Centro e i Nas hanno effettuato il sequestro di una struttura di accoglienza per anziani a San Lazzaro di Savena applicando la custodia cautelare al titolare della struttura e gli arresti domiciliari alla direttrice e a una collaboratrice della struttura.

Le accuse contestate al titolare sono quelle di maltrattamenti aggravati da futili motivi in danno di persone di minore difesa e per aver agito con abuso del rapporto fiduciario, nonché di esercizio abusivo della professione sanitaria e lesioni gravi pluriaggravate. Alle due donne sono stati contestati i maltrattamenti.

Il medico di base che prestava assistenza interna è stato invece interdetto dal pubblico servizio e sospeso dalla professione per aver fornito, in cambio di denaro, timbri e ricettari da far usare in autonomia al responsabile della struttura.

Aprire una casa-famiglia è un iter semplice

La normativa di riferimento consente l’apertura di strutture di accoglienza per anziani senza grandi vincoli di carattere amministrativo. È sufficiente infatti presentare al Comune di competenza una dichiarazione di inizio attività, al pari dell’apertura di una qualsiasi attività commerciale. Sarà poi il Comune che invierà organismi di controllo, in questo caso aderenti al servizio ASL di zona, per verificare la sussistenza dei requisiti di carattere igienico-sanitario prescritti dalla legge.

La giurisprudenza in tema di maltrattamenti ai ricoverati

In tema di maltrattamenti di persone affidate ad una pubblica struttura di assistenza e cura per persone anziane la giurisprudenza stabilisce che il reato ex art. 572 c.p. integrato dallo stato di sofferenza e di umiliazione delle vittime, può derivare anche da un clima generalmente instaurato all'interno di una comunità, quale conseguenza di vari e indistinti atti di sopraffazione contro le persone ivi ricoverate. Cassazione Penale, del 10 dicembre 2015, n. 7760.

Attore di Beautiful a processo per violazione degli obblighi familiari

Attore di Beautiful a processo per violazione degli obblighi familiariDaniel McVicar nasce sessanta anni fa a Independence, negli Stati Uniti, nel mese di giugno ed ha il temperamento artistico ed irrequieto di chi è nato sotto il segno dei Gemelli. Dal Colorado si trasferisce in California per inseguire il sogno di diventare un attore. Giunto nello Stato del sole, si iscrive al California Institute of Arts ma Hollywood è troppo vicina per non essere una tentazione irresistibile per chi, come lui, ambisce alla recitazione. Ad Hollywood riesce ad entrare nelle accademie artistiche più qualificate e studiare con mostri sacri dell’insegnamento recitativo, da Lee Strasberg a Stella Adler.

La lunga carriera di Daniel McVicar nel cast di Beautiful nei panni di Clarke Garrison

Hollywood gli spalanca le porte della notorietà quando è ancora giovane. Ad appena ventisette anni viene scelto per entrare a far parte stabilmente del cast di Beautiful. Nel 1987 la soap più vista al mondo, campione di longevità, è agli esordi e in America viene trasmessa sotto il titolo di The Bold and the Beautiful. La produzione cerca un giovane attore, dall’aspetto fascinoso, che impersoni uno stilista rubacuori disposto a tutto per fare carriera. Daniel McVicar diventa così, per tutti, Clarke Garrison. Nei panni dello stilista resta stabilmente per quasi venti anni, dal 1987 al 2005. Una volta uscito di scena, il suo personaggio è così amato che gli sceneggiatori devono inventarsi piccoli camei per l’attore americano, che di tanto in tanto ritorna sul set di Beautiful fino al 2009.

La soap viene trasmessa anche in Italia, ovviamente, e anche da noi raggiunge livelli di popolarità impressionanti. Tra i personaggi ricorrenti c’è proprio quello di Clarke Garrison, notato durante uno dei passaggi sullo schermo, da un uomo di spettacolo italiano, comico e regista, Ezio Greggio. Questi lo ingaggia nel cast di due film comici di cui cura la regia, uno nel 1994 e l’altro nel 1999, e Daniel McVicar diventa beniamino del grande pubblico in Italia, complice lo sguardo di ghiaccio e il fisico aitante. Da Ezio Greggio in poi, Daniel McVicar continua la sua avventura cinematografica, anche se i set non sono più quelli Hollywoodiani ma quelli di Cinecittà.

Dai set di Hollywood a quelli dei film italiani fino a diventare re del piccolo schermo

Dalla fine degli anni Novanta in poi, grazie ad una fluente padronanza della lingua italiana, Daniel McVicar prende parte ad alcuni film di produzione italiana, dove ha l’occasione di recitare accanto a grandi nomi del cinema italiano, tra cui Gina Lollobrigida e Claudia Gerini. Oltre alle produzioni cinematografiche, Daniel McVicar recita anche in videoclip musicali, nonché in diverse miniserie per il piccolo schermo e serie TV, scrollandosi di dosso quasi definitivamente il personaggio di Clarke Garrison.

Piano piano la passione per la recitazione lascia spazio ad altre ambizioni artistiche e così vediamo l’ex stilista di Beautiful presentare trasmissioni musicali in mondovisione, entrare a far parte del corpo insegnanti del Laboratorio Teatrale presso la Fondazione Teatro Nuovo di Torino e, soprattutto, cimentarsi sui pattini a lame nel talent show Notti sul ghiaccio condotto da Milly Carlucci.

Sulla pista di Notti sul Ghiaccio il colpo di fulmine per la sua insegnante di pattinaggio

E galeotta fu proprio la pista di ghiaccio. Durante le riprese dello show, infatti, Daniel McVicar perde la testa per la sua insegnante di pattinaggio, Virginia De Agostini. Inizia un corteggiamento serrato al quale la showgirl non si sottrae. L’attore è già stato sposato per sette anni quando risiedeva ancora negli Stati Uniti e nonostante l’esperienza matrimoniale si sia conclusa con una separazione, decide di ritentare il grande passo dichiarandosi alla sua insegnante di pattinaggio. Nel 2011, dopo quattro anni di frequentazione, Daniel McVicar e Virgina De Agostini, dentista e giudice internazionale di pattinaggio artistico, si sposano in un paesino dell’entroterra piemontese, di cui è originaria la sposa. Appena un anno dopo nasce il loro unico figlio, che si aggiunge ai due che l’attore ha avuto dalla moglie americana. L’idillio sembra destinato a finire presto.

Un bel sogno che dura poco, dopo pochi anni tramonta anche il secondo matrimonio dell’attore

Nonostante siano nati a venti anni di distanza, non è la differenza d’età a rendere la convivenza difficile.

A quanto pare l’ex Clarke di Beautiful dopo il trasferimento nel capoluogo piemontese avrebbe avuto difficoltà economiche, il suo reddito sarebbe crollato. Questa situazione avrebbe preso il sopravvento sulla felicità coniugale e sarebbero cominciate le prime liti, la gelosia, le discussioni sul mantenimento del figlio.

Nel 2016 la coppia si separa e Daniel va a vivere da solo in un piccolo appartamento, e per sopravvivere si adatta a fare saltuarie consulenze per una società di assicurazione. Nonostante il periodo critico, i vicini giurano di vederlo sempre gentile e disponibile ad un sorriso, soprattutto nei giorni in cui lo si vede uscire di casa insieme al figlio.

Dalla denuncia partono le indagini e il rinvio a giudizio

A seguito della denuncia presentata da Virginia De Agostini, Daniel McVicar è stato sottoposto ad indagini dalla Procura di Torino. Il PM ha chiesto il rinvio a giudizio dell’attore americano contestando i reati di maltrattamenti in famiglia, lesioni aggravate e violazione degli obblighi di assistenza familiare. Il GUP di Torino ha disposto la comparizione dell’imputato per il 25 maggio 2019.

I reati contestati all’attore americano

La denunciante ha sporto querela nei confronti dell’imputato per i reati di maltrattamenti in famiglia, lesioni aggravate e violazione degli obblighi di assistenza familiare.

Il PM ha emesso avviso di conclusione delle indagini confermando le accuse contenute nella denuncia e rinviando a giudizio l’indagato davanti al GUP.

La difesa dell’indagato ha contestato ogni addebito.

Riguardo il mancato versamento del mantenimento, da cui dipende il reato ex art. 570 cp, la difesa ha rilevato come l’indagato si trovi in stato di bisogno, tanto da essere stato ammesso al gratuito patrocinio per la difesa penale in giudizio.

Dalle indagini emerge il ritratto di un uomo geloso

Il Pubblico Ministero ha specificato nei capi d’accusa che il reato di maltrattamenti in famiglia sarebbe stato perpetrato dal giugno 2012 ad aprile 2017. Durante tale periodo, l’attore avrebbe tenuto nei confronti della sua ex-coniuge comportamenti ispirati dalla gelosia.

In particolare, avrebbe effettuato ripetuti accessi al telefonino e al computer della De Agostini per controllare email e telefonate in arrivo e in uscita. Inoltre, avrebbe controllato ripetutamente gli spostamenti della ex moglie, insistendo nella richiesta di informazioni fino ad assumere atteggiamenti ossessivi e violenti.

Successivamente alla separazione, egli avrebbe ingiuriato la denunciante, rimproverandole di non essere stata una buona compagna.

Per quanto riguarda il reato di lesioni aggravate, il Pubblico Ministero fa riferimento ad un episodio avvenuto il 12 aprile 2017. In quel periodo Virginia De Agostini stava effettuando il trasloco, dalla casa in cui aveva convissuto con l’attore americano ad un’altra sistemazione, portando con sé il figlio minore avuto dall’attore.

Daniel McVicar, si sarebbe quindi recato sotto la sua abitazione ed avrebbe iniziato a tormentarla con continue richieste di informazioni, cercando di estorcerle il nuovo indirizzo per potervisi recare a vedere il figlio, del quale entrambi i genitori hanno l’affido. Ne sarebbe nato un violento litigio, durante il quale l’attore avrebbe cercato di strapparle il bimbo dalle braccia.

In questo frangente, Virginia De Agostini avrebbe perso l’equilibrio cadendo a terra e rovinando su una spalla. Da qui, la corsa in ospedale e gli accertamenti che diagnosticarono una prognosi di sette giorni.

Il reato di violazione degli obblighi di assistenza è stato contestato come reato continuato a far data dal maggio 2015, a causa del mancato versamento di quanto necessario al mantenimento del figlio minore. A conclusione delle indagini, il Pubblico Ministero ha rilevato che da maggio 2015 l’attore non avrebbe più versato alcuna somma a sostentamento del figlio minore.

Rinvio a giudizio per tre distinte fattispecie di reato

Per tali motivi, a conclusione delle indagini che hanno dimostrato, a parere delle autorità inquirenti, la fondatezza delle accuse mosse in sede di denuncia dalla ex moglie, il Pubblico Ministero ha disposto il rinvio a giudizio di Daniel McVicar per i reati di maltrattamenti in famiglia, lesioni aggravate e violazione degli obblighi di assistenza familiare.

Differenza tra fattispecie penale e illecito civile nel mancato mantenimento

Il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare viene molto spesso contestato in presenza di una reiterata omissione del versamento di quanto stabilito dal giudice civile in sede di separazione. Tuttavia, tra la fattispecie penale e l’illecito civile non vi è una sovrapposizione automatica. Infatti, dovranno essere valutate in primo luogo le mutate capacità economiche del soggetto obbligato e successivamente l’effettiva incidenza in negativo sulla sussistenza del beneficiario.

La giurisprudenza penale si pronuncia sul mancato versamento degli alimenti

Sul tema del rapporto tra fattispecie penale e illecito civile in caso di inadempimento dell’obbligo di manutenzione, si è più volte pronunciata la Cassazione, ribadendo che non si può procedere ad una automatica equiparazione, specificando che si può avere condotta penalmente rilevante anche quando venga corrisposto l’assegno, se questo non risulta adeguato alla disponibilità di mezzi economici che l’obbligato è tenuto a fornire ai beneficiari (ex plurimis, Cass. Pen. 24050/2017 e 49465/2015).

Due coniugi denunciati per aver celebrato un matrimonio “falso”

Due coniugi denunciati per aver celebrato un matrimonio falsoNel mese di maggio 2018 la Procura di Asti ha avviato le indagini e inviato gli avvisi di garanzia ad una donna italiana e un uomo pakistano per falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico. Ai due, che si erano sposati qualche mese prima, viene contestato di avere organizzato un matrimonio falso, celebrato all’unico scopo di regolarizzare la posizione di immigrato clandestino dell’uomo, elargendo alla donna un compenso di cinquemila euro. Insieme ad un terzo uomo che aveva combinato la falsa unione matrimoniale, i due risultano indagati anche per il reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina (.

Lei italiana e lui del Pakistan sposi ad Asti

All’Ufficio immigrazione presso la Questura di Asti arriva un giorno la dichiarazione di matrimonio di una coppia mista, lei italiana e lui originario del Pakistan. Il certificato di matrimonio arriva unitamente alla dichiarazione di residenza dell’uomo, che si è trasferito ad abitare presso la casa coniugale.

Nulla di strano sembrerebbe, se non per un dettaglio che insospettisce fortemente i poliziotti in servizio presso l’Ufficio immigrazione.

Gli immigrati in attesa del permesso di soggiorno devono fornire alla Questura una dichiarazione di ospitalità

Risulta infatti che l’indirizzo di residenza dichiarato dalla coppia è presente in numerosi documenti che giacciono sulla scrivania dei funzionari. Quando un immigrato è in attesa del rilascio o del rinnovo di un permesso di soggiorno, deve fornire alla Questura una dichiarazione di ospitalità, indicando una abitazione presso la quale accetta di essere sottoposto a controllo prima di ottenere il permesso richiesto.

Agli agenti non sfugge questa singolare coincidenza.

Numerosi immigrati in attesa del permesso di soggiorno hanno indicato l’indirizzo corrispondente alla casa coniugale dei due novelli sposi, nelle rispettive dichiarazioni di ospitalità.

Gli agenti si recano presso l’abitazione per controllare che effettivamente non emergano irregolarità ma all’arrivo presso la casa, invece di trovare un nido d’amore pronto ad accogliere i due sposi, scoprono quello che a tutti gli effetti è un dormitorio di immigrati provenienti dal Pakistan, alcuni dei quali soggiornanti irregolarmente in Italia.

Non solo, ma le circostanze portano a concludere chiaramente che nella casa vi abita solo il marito e della moglie, nessuna traccia.

Il matrimonio truffa si celebra pagando alla sposa consenziente una somma di denaro

L’esperienza lascia intendere che si trovano di fronte all’ennesimo matrimonio truffa, dove un cittadino italiano, più spesso una donna, magari in difficoltà economica, accetta di essere pagata per sposare un immigrato clandestino e sottrarlo alla espulsione certa dal territorio italiano.

Secondo la categoria degli avvocati matrimonialisti, ogni anno si celebrano almeno tremila matrimoni falsi, tutti allo scopo di garantire l’ottenimento del permesso di soggiorno.

Questi tremila matrimoni vanno generalmente a buon fine grazie al fatto che non tutti i comuni dispongono di controlli preventivi sugli sposi, per accertare il regolare possesso del permesso di soggiorno da parte del cittadino straniero e consentire la corretta applicazione della normativa sugli ingressi degli stranieri in Italia.

Di questi tremila matrimoni, sostengono le categorie di avvocati, oltre la metà non viene mai scoperta prima della celebrazione né denunciata successivamente.

In Italia si stima una media di tremila matrimoni di comodo all’anno che finiscono quasi sempre in una separazione

Questi dati portano a ritenere che in Italia vi siano quasi ventimila stranieri che risultano cittadini italiani in piena regola grazie ad uno stratagemma contrario alla legge.

La riprova che il matrimonio è falso ed è stato celebrato solo per aggirare la normativa sulla concessione del permesso di soggiorno, è data dal fatto che la quasi totalità di queste unioni naufraga nel giro di breve tempo e i Tribunali vengono presi d’assalto da coppie cosiddette miste che chiedono la separazione o il divorzio.

A volte lo straniero si sposa nel Paese di origine e chiede successivamente il ricongiungimento alla moglie che è tornata in Italia

Un fenomeno che spesso assume connotati più sofisticati.

È il caso dei matrimoni celebrati nel paese d’origine dello straniero il quale rimane nel suo paese lasciando che la moglie ritorni in Italia.

Lascia trascorrere un po’ di tempo poi chiede il ricongiungimento famigliare, una motivazione che spesso viene accolta senza preventivi controlli ritenendo che dietro vi siano reali necessità sentimentali.

L’avvio delle indagini da parte della Questura di Asti

A seguito della segnalazione dell’Ufficio immigrazione della Questura di Asti, la Procura competente territorialmente ha avviato le indagini nei confronti dei due coniugi e del terzo che ha messo in contatto i due, contestando i reati di falso ideologico del privato in atto pubblico e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Di fronte agli inquirenti la donna ammette il reato

La Questura contesta che il matrimonio sia falso e celebrato unicamente allo scopo di favorire la permanenza dell’immigrato pakistano, irregolare, sul suolo italiano.

La donna, interrogata, ha ammesso che il matrimonio era stato contratto al solo fine di far ottenere al clandestino pakistano i documenti necessari per il permesso di soggiorno e che l’unione si sarebbe celebrata dietro compenso di cinquemila euro, suddivisi in due tranche, consegnate una prima e una successivamente al matrimonio.

Le ragioni alla base delle contestazioni mosse dalla Questura

La Questura ha proceduto ad emettere decreti di espulsione nei confronti dei cittadini soggiornanti irregolarmente sul territorio nazionale, rinvenuti nell’abitazione indicata come casa coniugale dai due sedicenti coniugi. Tra essi figura anche il pakistano che aveva contratto matrimonio con la donna italiana residente nella provincia di Asti.

Le indagini hanno ad oggetto anche il ruolo di un terzo, di origine pakistana, che dietro compenso avrebbe messo in contatto la donna con il futuro marito, ed avrebbe gestito gli aspetti economici della vicenda.

Le indagini partono dagli accertamenti dell’Ufficio immigrati sullo status dei richiedenti il permesso di soggiorno

Il falso matrimonio è stato celebrato a fronte di una elargizione di cinquemila euro. Una volta celebrata l’unione, i due non si sarebbero più frequentati e come indirizzo di residenza il pakistano irregolare avrebbe indicato un alloggio nel quale transitavano e stazionavano altri connazionali stranieri in attesa di regolarizzazione o immigrati irregolari.

Chi contrae un matrimonio falso rischia la condanna per il reato ex art. 483 cp

La celebrazione del matrimonio con rito civile dietro compenso è uno stratagemma frequentemente messo in atto dagli stranieri che hanno necessità di regolarizzare la loro posizione in Italia.

Dietro corresponsione di qualche migliaio di euro, soggetti che soggiornano irregolarmente nel territorio nazionale e spesso dediti ad attività illecite, riescono a procurarsi spose compiacenti di nazionalità italiana.

I reati che si profilano per i protagonisti dei matrimoni c.d. truffa vanno dal falso ideologico del privato in atto pubblico al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

La Polizia interrompe la celebrazione di un matrimonio falso

Nel 2018 la polizia ha sventato un matrimonio a pochi passi dall’altare. La coppia composta da una cittadina italiana e da un cittadino magrebino senza permesso di soggiorno, si stava accingendo a unirsi in matrimonio quando le autorità messe in allarme hanno effettuato i controlli arrivando alla conclusione che il matrimonio era un falso.

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