Tribunale Firenze 23/04/2018 il reato di maltrattamenti in famiglia ha carattere abituale

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI FIRENZE

Prima Sezione Penale

Il Tribunale di Firenze,

in persona del Giudice dr. Luca D'Addario, alla pubblica udienza del 13 aprile 2018 ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

nei confronti di J.B., nato in M. il (...) ed elettivamente domiciliato presso lo studio dell'avv.to Paola Babboni (rinunciante al mandato), sito a Castel Fiorentino, via Kennedy n. 11, libero, assente;

difeso d'ufficio dall'avv.to Sara Occhipinti del foro di Firenze, assente, sostituita ex art. 97 co. 4 c.p.p. dal'avv.to Alesssandro Rossi del foro di Firenze, presente;

IMPUTATO

a) Del delitto p. e p. dall'art. 572 c.p. perché maltrattava la moglie B.A. attraverso una condotta violente a vessatoria posta in essere da più anni e consistita in particolare nel: percuotere in più occasioni la donna, colpendola con calci, pugni, nell'offenderla e minacciarla anche mediante l'uso di un coltello, dicendole che non l'avrebbe mai lasciata in pace, che prima o poi l'avrebbe uccisa, e nel definirla bastarda, puttana, ecc. sfociando tale condotta nell'episodio di cui al capo B

In Certaldo, dal febbraio 2011 al settembre 2012

b) Artt. 582, 585 II comma nr. 2 c.p.p., perché utilizzando un coltello da cucina cagionava a B.A. lesioni consistite in graffi sul collo e sul petto

In Certaldo, in data 8/5/2012

Procedimento nel quale risulta persona offesa A.B., nata in M. l'(...), elettivamente domiciliata presso lo studio dell'avv.to Alessandro Benelli, sito a Castel Fiorentino, via Lelli n. 3, assente;

difesa di fiducia dall'avv.to Alessandro Benelli del foro di Firenze, assente;

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

Con decreto emesso in data 24 aprile 2013 il G.u.p. presso questo Tribunale disponeva il giudizio nei confronti dell'odierno imputato in relazione alle condotte allo stesso contestate in epigrafe, disponendone la comparizione per l'udienza del 13.6.2014, nel corso della quale, disposto il rinnovo della notifica nei confronti dell'imputato tramite consegna del decreto di citazione al difensore presente in udienza, il processo veniva rinviato all'udienza del 10.9.2014.

Nel corso della stessa, acquisito agli atti il verbale di remissione di querela e la contestuale dichiarazione di accettazione dell'imputato, si procedeva all'apertura del dibattimento e all'ammissione dei mezzi di prova richiesti dalle parti; il processo veniva dunque rinviato, per la celebrazione dell'istruttoria, alla successiva udienza del 2.10.2015, nel corso della quale, stante l'assenza dei testi, veniva disposto un ulteriore rinvio all'udienza del 14.10.2016.

Nel corso della predetta udienza, datosi atto del carico del ruolo di udienza e della conseguente impossibilità di celebrare l'istruttoria relativa al presente procedimento, lo stesso veniva rinviato all'udienza del 5.5.2017, nel corso della quale, stante l'adesione della difesa all'astensione indetta dall'Unione delle Camere Penali, veniva disposto un ulteriore rinvio all'udienza del 17.11.2017.

Nel corso della stessa, datosi atto nella rinuncia al mandato difensivo dell'avv.to Babboni e della conseguente nomina dell'avv.to Occhipinti quale difensore d'ufficio dell'imputato, si procedeva, stante il mutamento nella composizione del Giudicante, alla rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale, e le parti si riportavano dunque alle richieste di prova già espresse nel corso dell'udienza del 10.9.2014; si procedeva dunque all'esame della persona offesa e del teste G.D.V., all'esito del quale il P.M. rinunciava all'ulteriore teste A.D.G. ed il Giudice, disposto in conformità, rinviava il processo per l'esame dell'imputato e le conclusioni all'udienza del 13.4.2018.

Nel corso di tale udienza, revocata l'ordinanza ammissiva dell'esame dell'imputato, stante l'assenza del medesimo, il Giudice dichiarava chiusa l'istruttoria dibattimentale e l'utilizzabilità delle prove assunte nel corso della medesima, ed invitava dunque le parti a formulare le proprie conclusioni, udite le quali, all'esito della camera di consiglio, pronunciava la seguente sentenza mediante lettura del dispositivo.

Motivazione in fatto

Tanto premesso in ordine allo svolgimento del processo, alla luce dell'espletata istruttoria dibattimentale ed, in particolare, delle dichiarazioni rese, in qualità di testimone, dalla persona offesa A.B., i fatti di causa possono essere ricostruiti nei termini che seguono.

La predetta riferiva, nel corso della propria deposizione, di essersi sposata con l'odierno imputato nel 2001 e di aver avuto dallo stesso tre figli. La B. precisava che i rapporti familiari si erano svolti in maniera serena fino al 2012, anno in cui tra lei ed il marito si erano verificati frequenti litigi, dovuti soprattutto ai conflitti esistenti tra le rispettive famiglie di origine.

L'episodio da cui trae origine il presente procedimento, difatti, si verificava proprio l'8 maggio del 2012: il teste D.V., agente in servizio presso la stazione dei Carabinieri di Certaldo, riferiva a tal proposito di essere intervenuto presso l'abitazione della coppia, sita in via P. N. n. 12, in ragione della richiesta della B., la quale riferiva di essere stata aggredita dal marito.

Giunto sul posto, il D.V. apprendeva dalla B. che l'odierno imputato, infuriatosi per una richiesta di amicizia inviatale da un uomo sul social network "Facebook", l'aveva percossa alla presenza della figlia minorenne; la B. mostrava dunque all'operante alcuni graffi sullo sterno e riferiva che il marito l'aveva minacciata brandendo un coltello, il quale effettivamente veniva rinvenuto all'interno dell'abitazione, appoggiato su un tavolino.

La persona offesa tuttavia, nel corso della propria deposizione, dichiarava di non ricordare come si fosse svolto l'episodio in questione: la stessa si limitava infatti a riferire di aver avuto un litigio col marito, che si era adirato dopo aver notato la richiesta di amicizia inviatale da un uomo su Facebook, di aver dunque contattato i Carabinieri e di essersi trasferita da quel momento a casa della madre.

Per il resto, la B. si limitava a confermare quanto contestatole dal P.M. sulla base delle dichiarazioni fornite alla data dell'occorso, ossia il fatto che l'8 maggio 2012 il marito, dopo aver visto la predetta richiesta di amicizia, l'aveva percossa con un cuscino, l'aveva afferrata al collo con le mani fino quasi ad impedirle il respiro e l'aveva inoltre minacciata con parole quali "ti ammazzo, troia, puttana".

La B. riferiva peraltro, contrariamente a quanto in precedenza dichiarato, che la figlia minorenne in quell'occasione non era presente; nessun riferimento, d'altra parte, veniva dalla stessa fatto né al coltello col quale - secondo quanto dichiarato all'epoca dei fatti - il marito le aveva procurato i graffi sullo sterno, né a precedenti episodi di violenza.

L'episodio veniva peraltro collocato dalla persona offesa nell'ambito del difficile periodo che la coppia aveva trascorso nell'anno 2012, quando i contrasti esistenti tra le rispettive famiglie di origine avevano innescato una serie di litigi e discussioni. L'episodio accaduto l'8 maggio del medesimo anno - riferiva la B. - aveva costituito l'apice della conflittualità vissuta, e difatti, dopo tale data, i rapporti tra i coniugi si erano completamente ristabiliti.

Motivazione in diritto

Orbene ciò detto in punto di ricostruzione dei fatti, deve rilevarsi come dall'istruttoria svolta non siano emersi elementi sufficienti a ritenere integrati i delitti di maltrattamenti e di lesioni aggravate contestati ai capi a) e b) dell'imputazione.

L'impianto accusatorio dell'odierno procedimento, infatti, si fonda unicamente sulle dichiarazioni rese dalla persona offesa all'epoca dei fatti, dichiarazioni le quali venivano solo in parte confermate dalla stessa nel corso del proprio esame testimoniale.

E' in ogni caso doveroso esaminare quanto dichiarato dalla B., la quale comunque, seppur stimolata dalle contestazioni operate dal P.M., forniva un'apprezzabile ricostruzione dei rapporti con il marito e dell'episodio accaduto l'8 maggio 2012.

La predetta, infatti, riferiva che nel 2012 tra lei e l'odierno imputato si erano verificati frequenti litigi, dovuti ai conflitti esistenti tra le rispettive famiglie di origine, e che l'episodio in questione veniva a costituire l'apice della conflittualità vissuta in quel periodo dalla coppia. La B. riferiva spontaneamente che in quell'occasione il marito, in uno sfogo di gelosia, la aveva "alzato le mani", e su contestazione del P.M. confermava che lo stesso l'aveva percossa con un cuscino e le aveva stretto il collo con le mani, fino quasi ad impedirle il respiro.

Per il resto, la medesima negava che l'imputato, in quell'occasione, le avesse procurato dei graffi allo sterno con un coltello; nessun riferimento, d'altra parte, veniva fatto a precedenti episodi di violenza, fisica o verbale.

Ebbene sulla base di ciò non può ritenersi integrato, dal punto di vista sia oggettivo che soggettivo, il delitto di maltrattamenti contestato al capo a) dell'imputazione. Tale fattispecie, infatti, si configura come reato necessariamente abituale, e si si caratterizza 'per la sussistenza di una serie di fatti, per lo più commissivi, ma anche omissivi, i quali isolatamente considerati potrebbero anche essere non punibili (atti di infedeltà, di umiliazione generica, etc.) ovvero non perseguibili (ingiurie, percosse o minacce lievi, procedibili solo a querela), ma acquistano rilevanza penale per effetto della loro reiterazione nel tempo; esso si perfeziona allorché si realizza un minimo di tali condotte (delittuose o meno) collegate da un nesso di abitualità' (cfr. Cass.pen., sez.VI, 28.2.1995, n.4636 massima n.201148), in particolare, secondo questo condivisibile avviso interpretativo, tale abitualità deve estrinsecarsi nel compimento di una pluralità di 'atti, delittuosi o meno, che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi ma collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un'unica intenzione criminosa di ledere l'integrità fisica o il patrimonio morale dei soggetto passivo, cioè, in sintesi, di infliggere abitualmente tali sofferenze' (cfr. ex multis Cass.pen., sez.V, n.2130 del 9.1.1992, massima n.189558).

Ebbene nel caso di specie dall'istruttoria non è emerso alcun elemento in grado di attestare quella molteplicità e ritualità dei gesti di violenza, anche fisica, che costituisce elemento costitutivo del delitto di maltrattamenti: la persona offesa, infatti, non faceva alcun riferimento - e ciò né nel corso della propria deposizione, né all'epoca dei fatti - ad episodi di violenza differenti ed ulteriori rispetto a quello dell'8 maggio 2012.

Né può dirsi che, in ragione della conflittualità di coppia, la B. sia stata costretta ad un regime di vita vessatorio e mortificante, avendo anzi la stessa palesato di considerare sinceramente quello dell'8 maggio un episodio assolutamente isolato: difatti, dopo l'occorso, la coppia decideva di porre fine alle discussioni e ai litigi che si erano verificati nell'ultimo periodo, così palesando una effettiva volontà di proseguire con serenità la vita matrimoniale.

Ciò posto, il tenore delle dichiarazioni rese dalla persona offesa impone una riqualificazione della condotta contestata nelle differenti fattispecie di percosse, di cui all'art. 581 c.p., e di minaccia, di cui all'art. 612, co. 1 c.p.

La stessa, infatti, riferiva che il marito prima l'aveva colpita con un cuscino, e successivamente l'aveva stretta con le mani al collo, preferendo al suo indirizzo le parole "ti ammazzo, troia, puttana!".

Ebbene la fattispecie di percosse si configura allorquando la violenza produca al soggetto passivo soltanto una sensazione fisica di dolore, senza postumi di alcun genere, mentre il diverso delitto di cui all'art. 582 c.p., qui contestato, sussiste quando il soggetto attivo cagioni a quello passivo una lesione dalla quale derivi una malattia nel corpo, sia pure di modesta entità (cfr. Cass. Sez. 5, n. 9448 del 12/10/1983, Rv. 161136).

Ebbene nel caso di specie, in assenza di qualsivoglia certificazione medica in grado di attestare le lesioni subite dalla persona offesa, deve ritenersi che dalla condotta dell'imputato non sia derivata alla stessa alcuna conseguenza patologica costituente "malattia", ma unicamente una sensazione fisica di dolore, senza postumi di alcun genere.

Il delitto di percosse risulta integrato anche dal punto di vista dell'elemento soggettivo, essendo emersa con evidenza la coscienza e la volontà, in capo all'imputato, del proprio agire criminoso: lo stesso infatti, adiratosi per la richiesta di amicizia che la moglie aveva ricevuto su Facebook, la colpiva col cuscino con l'evidente volontà di cagionarle una sensazione fisica di dolore.

Per quanto concerne la fattispecie di minaccia, di cui all'art. 612 co. 1 c.p., deve rilevarsi come la stessa risulti integrata anzitutto sotto il profilo oggettivo, avendo l'imputato rivolto alla persona offesa le parole "ti ammazzo" e dunque prospettato alla stessa un male ingiusto, incutendole così timore e menomandone la sfera della libertà morale; il reato sussiste senz'altro, del resto, sotto il profilo soggettivo, avendo l'imputato proferito le predette parole alla moglie con assoluta consapevolezza e volontà di intimorirla e turbarla.

Ciò posto deve tuttavia rilevarsi come le condotte delittuose poste in essere dall'imputato, così come riqualificate nell'ambito delle fattispecie di cui agli artt. 581 e 612 co. 1 c.p., risultino procedibili a querela di parte, querela che la persona offesa personalmente dichiarava di rimettere - con contestuale accettazione da parte dell'imputato - in data 9.10.2014 (cfr, verbale di remissione e contestuale accettazione di querela del 9.10.2014 acquisito agli atti); pertanto, attesa l'intervenuta remissione di querela e rilevato che non sussistono allo stato degli atti i presupposti per una sentenza di proscioglimento, si impone una sentenza di non doversi procedere per essere i reati contestati, riqualificati nei termini che precedono, estinti ai sensi dell'art. 152 c.p.

Ai sensi degli artt. 531 c.p.p. e 152 c.p., deve pertanto dichiararsi il non doversi procedere nei confronti di J.B. in ordine ai reati al medesimo ascritti, previa riqualificazione delle condotte contestate nell'ambito delle fattispecie di percosse e minacce, per essere gli stessi estinti per intervenuta remissione di querela.

In ordine alle spese del presente procedimento deve evidenziarsi come le parti non abbiano raggiunto un accordo, non risultando il medesimo dal complesso delle due dichiarazioni (di remissione della querela e di accettazione della remissione), con la conseguenza che, ai sensi dell'art. 340 u.co. c.p.p., le spese del presente procedimento devono porsi a carico del querelato.

Visto l'art. 544, III c.p.p., si ritiene congruo indicare il termine di giorni 90 per il deposito della motivazione atteso il carico di lavoro del decidente e la complessità delle imputazioni.

P.Q.M.

Visti gli articoli di cui indicati in epigrafe nonché gli artt. 531 c.p.p. e 152 c.p., dichiara non doversi procedere in ordine al reato ascritto, nell'ambito del presente procedimento, a J.B., previa riqualificazione delle condotte contestate nell'ambito delle fattispecie di percosse e minacce (di cui agli artt. 581 e 612 c.p.), per essere le stesse estinte a seguito di intervenuta remissione di querela;

Visto l'art.544.III co. c.p.p., indica in giorni novanta il termine per il deposito della motivazione, atteso il carico di lavoro del decidente e la complessità delle imputazioni.

Così deciso in Firenze, il 13 aprile 2018.

Depositata in Cancelleria il 23 aprile 2018

Cassazione penale 2381/2017 condizioni per la scriminante dell’inadempimento determinato dallo stato di detenzione

Cassazione penale 2381/2017 condizioni per la scriminante dell’inadempimento determinato dallo stato di detenzione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IPPOLITO Francesco - Presidente -

Dott. RICCIARELLI Massimo - Consigliere -

Dott. VILLONI Orlando - Consigliere -

Dott. CORBO Antonio - rel. Consigliere -

Dott. VIGNA Maria Sabina - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

L.M., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 31/05/2016 della Corte d'appello di Napoli;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. Antonio Corbo;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto procuratore generale Dr. Balsamo Antonio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Con sentenza emessa in data 31 maggio 2016, la Corte d'appello di Napoli ha confermato la sentenza pronunciata in primo grado dal Tribunale di Benevento che, all'esito di giudizio abbreviato, aveva condannato L.M. per il delitto di cui all'art. 570 c.p., comma 2, n. 2, per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori non versando l'assegno mensile di Euro 600,00, fissato dal giudice civile nel provvedimento di separazione, con condotta perdurante dal (OMISSIS) (la sentenza di primo grado è datata 1 giugno 2011), e gli aveva irrogato la pena di due mesi di reclusione e 200,00 Euro di multa, previa applicazione della diminuente per il rito, ma con diniego delle circostanze attenuanti generiche.

2. Ha presentato ricorso per cassazione avverso la sentenza indicata in epigrafe l'avvocato Nazareno Fiorenza, quale difensore di fiducia di L.M., formulando un unico motivo, con il quale si lamenta violazione di legge, in riferimento all'art. 570 c.p., nonchè vizio di motivazione, a norma dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), avendo riguardo alla configurabilità del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, in considerazione dello stato di detenzione dell'imputato al momento dell'inadempimento.

Si deduce che lo stato di detenzione integra una situazione di incolpevole impossibilità di adempiere agli obblighi familiari, quanto meno sotto il profilo dell'elemento soggettivo (si cita, a sostegno, Sez. 6, n. 4960 del 03/02/2016).

Motivi della decisione

1. Il ricorso è fondato nei limiti e per le ragioni di seguito precisati.

2. Presupposto per la violazione dell'obbligo di assistenza familiare, con riguardo al profilo dell'omessa prestazione dei mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, è la possibilità di adempiere.

Tuttavia, non osta alla configurabilità del reato in questione una situazione di indisponibilità economica colpevolmente determinata e perdurante nel periodo in cui si verifica l'inadempimento: significativamente, in giurisprudenza tende ad escludersi, in linea di principio, l'efficacia esimente sia dello stato di disoccupazione (cfr. tra le altre, Sez. 6, n. 5751 del 14/12/2010, dep. 2011, P., Rv. 249339, e Sez. 6, n. 10085 del 15/02/2005, Pegno, Rv. 231453), salvo a valutare la concreta situazione (Sez. 6, n. 7372 del 29/01/2013, S., Rv. 254515), sia, più in generale, della indisponibilità dei mezzi necessari, quando questa sia dovuta, anche parzialmente, a colpa dell'obbligato (Sez. 6, n. 11696 del 03/03/2011, F., Rv. 249655). Inoltre, come precisano alcune decisioni, l‘indisponibilità da parte dell'obbligato dei mezzi economici necessari ad adempiere si configura come scriminante soltanto se perdura per tutto il periodo di tempo in cui sono maturate le inadempienze e non è dovuta, anche solo parzialmente, a colpa dell'obbligato (così, in particolare, Sez. 6, n. 41697 del 15/09/2016, B., Rv. 268301, relativa ad un obbligato che aveva addotto come causa di impossibilità lo stato detentivo, protrattosi per pochi mesi rispetto ad un periodo di inadempimento perdurato per oltre cinque anni).

In questa prospettiva, risulta plausibile ritenere che lo stato di detenzione costituisce un limite alla rilevanza penale dell'inadempimento della prestazione dei mezzi di sussistenza quando coincide con il periodo dei mancati versamenti, sempre che l'obbligato non abbia percepito comunque redditi e non si sia attivato per procurarsi legittimamente dei proventi, in particolare mediante il lavoro all'interno o all'esterno del luogo di detenzione.

In altri termini, l'obbligato non può reputarsi automaticamente colpevole per il mancato svolgimento di attività lavorativa in costanza del periodo di detenzione: l'ammissione al lavoro nella struttura penitenziaria, e ancor più all'esterno di essa, non è certo un diritto soggettivo incondizionato, ma è oggetto di concessione da parte dell'Amministrazione, all'esito di articolate valutazioni e sempre che ve ne sia la concreta possibilità fattuale, come conferma anche la L. 26 luglio 1975, n. 354, art. 20, il quale prevede la formazione di apposite graduatorie. È ragionevole, quindi, concludere che, per non rispondere penalmente dell'inadempimento della prestazione dei mezzi di sussistenza, l'obbligato in stato di detenzione abbia l'onere di presentare domanda all'amministrazione penitenziaria per essere ammesso al lavoro; se, poi, la richiesta non è accolta, non potrà essere addebitata allo stesso la mancata percezione di guadagni.

3. La decisione di secondo grado evidenzia innanzitutto che il ricorrente non ha mai versato alcunchè alla moglie ed alle figlie minori dall'8 (OMISSIS), data di emissione dell'ordinanza con cui il giudice civile aveva imposto all'uomo di corrispondere un assegno mensile pari a 600,00 Euro, fino giugno 2011, data di pronuncia della sentenza penale di primo grado. Osserva, poi, muovendo dalla premessa secondo cui l'impossibilità di somministrazione dei mezzi di sussistenza deve essere incolpevole, che il lungo periodo di carcerazione sofferto "non limita la responsabilità dell'imputato, in quanto lo stesso anche durante il regime di detenzione inframuraria ben avrebbe potuto svolgere attività lavorativa all'interno della struttura, effettuando almeno versamenti parziali della somma cui era tenuto (...)".

Così argomentando, la Corte d'appello addebita al ricorrente la responsabilità per il reato di cui all'art. 570 c.p., comma 2, n. 2, per avere il medesimo omesso di svolgere attività lavorativa all'interno della struttura carceraria, senza però verificare se questa circostanza sia il risultato di un'inerzia colpevole, o, invece, di una impossibilità per cause estranee alla volontà dell'imputato.

Di conseguenza, la Corte di merito, muovendo dalla petizione di principio secondo cui il mancato svolgimento di attività lavorativa in carcere è di per sè addebitabile alla colpevole inerzia del detenuto, illegittimamente ha ritenuto colpevole anche l‘indisponibilità, da parte del ricorrente, del denaro necessario per prestare, almeno in parte, i necessari mezzi di sussistenza ai discendenti ed al coniuge.

4. La sentenza impugnata deve essere quindi annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d'appello di Napoli per nuovo giudizio.

Il nuovo giudizio dovrà esaminare, innanzitutto, se il periodo di detenzione del ricorrente sia stato, o meno, coincidente con il periodo di inadempimento dell'obbligo di prestazione di assistenza in contestazione, e, poi, in caso di sovrapponibilità piena o significativamente prevalente tra gli stessi, se, durante il periodo di detenzione, l'imputato abbia colpevolmente omesso di attivarsi per svolgere un lavoro, o, invece, la mancata esecuzione di attività lavorativa sia stata determinata da cause al medesimo non imputabili.

In ogni caso, inoltre, il giudice del rinvio provvederà a verificare se risulti che il ricorrente, nel periodo in contestazione, abbia fruito di altri redditi.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d'appello di Napoli.

Così deciso in Roma, il 15 dicembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 19 gennaio 2018

Cassazione penale 2321/2014 falsa dichiarazione di possedere regolare certificato di assicurazione RCA

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRUNO Paolo Antoni - Presidente -

Dott. VESSICHELLI Maria - Consigliere -

Dott. MICCOLI Grazia - Consigliere -

Dott. GUARDIANO Alfredo - Consigliere -

Dott. LIGNOLA F. - rel. Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D'APPELLO DI FIRENZE;

nei confronti di:

R.A. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 1698/2013 GIP TRIBUNALE di LIVORNO, del 24/09/2013;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. FERDINANDO LIGNOLA;

Il Sostituto Procuratore generale, dott. Massimo Galli, ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Il G.U.P. presso il Tribunale di Livorno, con sentenza del 24 settembre 2013, dichiarava non luogo a procedere perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato, nei confronti di R. A., in relazione al reato di falsa dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità personali proprie o di altri, in relazione alla dichiarazione resa nel verbale di contestazione, per violazione dell'art. 180 C.d.S. (mancanza momentanea della carta di circolazione e del certificato di assicurazione), di essere regolarmente assicurato, circostanza rivelatasi poi non veritiera da successivi controlli svolti dalla polizia giudiziaria.

1.1 Il proscioglimento è intervenuto perchè, secondo il giudicante, la falsa dichiarazione è irrilevante sotto il profilo penale, poichè la falsa attestazione riguarda una "cosa", l'autovettura, e non una "persona", come richiesto dalla norma penale.

2. Contro la sentenza ha proposto ricorso il Procuratore Generale di Firenze, deducendo falsa applicazione dell'articolo 425 cod. proc. pen., poichè il giudice avrebbe dovuto riqualificare il fatto a norma dell'art. 483 cod. pen.; ciò perchè la dichiarazione è stata resa a pubblici ufficiali e recepita nel verbale, che rappresenta un atto pubblico, destinato a provare la verità non soltanto dei fatti constatati dagli agenti, ma anche di quelli risultanti dalle dichiarazioni del trasgressore.

Motivi della decisione

1. Il motivo posto a sostegno del ricorso proposto dal Procuratore Generale di Firenze è infondato.

1.1 Il reato di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico è ravvisabile solamente quando l'atto pubblico, nel quale la dichiarazione del privato è stata trasfusa, sia destinato a provare la verità dei fatti attestati (Sez. U, n. 6 del 17/02/1999, Lucarotti, Rv. 212782; Sez. U, n. 35488 del 28/06/2007, Scelsi, Rv. 236868); è necessario, pertanto, che una norma giuridica obblighi il privato a dichiarare il vero.

1.2 Ebbene, nel caso di specie, non vi era alcun obbligo del privato di dichiarare la verità, perchè il verbale redatto dalla Polizia, che conteneva anche le dichiarazioni del privato, non era destinato ad attestare la verità dei fatti dichiarati.

1.3 In riferimento al caso analogo del soggetto che - fermato dalla Polizia alla guida della propria auto - dichiari falsamente di essere in possesso di patente di guida e di averla dimenticata a casa, questa Sezione ha ritenuto insussistente il delitto di falso ideologico commesso dal privato in atto pubblico (art. 483 cod. pen.), proprio perchè, in tal caso, il privato non ha l'obbligo giuridico di dire la verità, posto che il verbale della polizia, contenente le dichiarazioni del privato, non è destinato ad attestare la verità dei fatti dichiarati (Sez. 5, n. 21402 del 05/02/2008, Ricco, Rv. 240080).

1.4 E' altresì necessario aggiungere che guidare una autovettura non assicurata costituisce un illecito sanzionabile e, dunque, in virtù del generale principio nemotenetur se detegere il privato non può essere costretto ad accusarsi di una violazione di legge.

2. Per tutte le ragioni indicate il ricorso del Procuratore Generale di Firenze va rigettato.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso del P.G..

Così deciso in Roma, il 31 ottobre 2014.

Depositato in Cancelleria il 16 gennaio 2015

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Immediato e Riservato